intervista A Damir Eskerica

«Da profugo a Ceo di Moroso con tanto studio e duro lavoro»

Il giovane manager, da marzo alla guida del brand friulano, racconta la sua storia: la fuga da Sarajevo, l’istruzione, le esperienze all’estero, e traccia il futuro del gruppo

di Giovanna Mancini


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Un momento della produzione nella fabbrica di Moroso, a Cavalicco (Udine).

4' di lettura

A Damir Eskerica piacciono le sfide difficili e lo si capisce appena inizia a parlare: «Ho studiato Scienze diplomatiche a Trieste e poi ho vinto una borsa di studio per un master in Relazioni internazionali – racconta il manager, 38 anni, nominato lo scorso marzo ceo di Moroso –. Volevo tornare nel mio Paese e riunificare la Jugoslavia!».

Non è riuscito (per il momento) a ricomporre la geopolitica dei Balcani occidentali, ma le armi della diplomazia gli sono comunque tornate utili nel lavoro per l’azienda friulana, che a 26 anni lo ha assunto come export manager per l’Est Europa, poi per la Scandinavia, i Paesi ex-Urss, la Penisola iberica e nel 2012 lo ha mandato a Londra, a capo della filiale Uk, dove ha incontrato e sposato sua moglie, con cui ora ha un figlio di nove mesi, Leo.

Ha iniziato negli anni più duri della crisi economica: è stato difficile?

«Beh sì, ma io parto da un vantaggio, se così si può dire: sono cresciuto dovendo affrontare situazioni molto complicate. Ero un bambino quando è scoppiata la guerra nella ex Jugoslavia. Vivevo a Sarajevo, dove mia madre era un economista e mio padre un docente universitario di matematica. Io e mia mamma siamo fuggiti dai bombardamenti e siamo arrivati come profughi a Gorizia quando io avevo 11 anni. Il nostro progetto era di andare in Canada, ma non ci siamo riusciti e siamo stati invece ospitati da una famiglia a San Pier d’Isonzo.

Da profugo di guerra a ceo di uno dei brand più prestigiosi del design made in Italy: come ha fatto?

Studiando e lavorando duramente: quando siamo arrivati in Italia abbiamo ricevuto un’accoglienza meravigliosa, ma siamo dovuti ripartire da zero: mia mamma ha trovato un posto come operaia, mentre io studiavo e, dai 14 anni in su, ho iniziato a fare anche lavori di ogni genere. Poi l’incontro con Moroso: ci siamo piaciuti subito! L’azienda ha investito molto su di me e io ho trovato qui l’opportunità per crescere, evolvere e imparare in continuazione. Mi piace l’azione, spingermi oltre la mia comfort zone e questo è il posto ideale.

Ora ne è ai vertici: quali sono i suoi progetti per farla crescere?

È un’impresa familiare che lavora sull’eccellenza e come tale ha valori importanti che vanno preservati: è aperta, multiculturale, altruista e creativa. Credo che oggi le aziende abbiano una forte responsabilità sociale, devono essere spazi in cui chi lavora migliora se stesso come persona e non solo come professionista. Quindi dobbiamo creare un ambiente in cui i nostri dipendenti e i nostri collaboratori possano realizzare se stessi. Dobbiamo mantenere principi di umanità e di comunità, perché è la squadra che vince, non l’individuo.

E dal punto di vista industriale?

Il mercato è diventato estremamente competitivo, quindi per vincere bisogna essere certi di presidiare tutti gli aspetti del business, dalla squadra all’approccio al mercato, dai processi produttivi alla qualità dei prodotti. Per riuscirci, occorre sapersi mettere dall’altra parte del tavolo, cercando di capire le esigenze dei nostri clienti, che siano architetti o privati, e fornire un servizio eccellente. Per questo abbiamo rafforzato il team che si occupa di progettazione e fa da ponte tra noi e gli architetti o gli interior designer.

Il servizio è più importante del prodotto?

Il prodotto è solo una delle varianti per crescere, ma non è più sufficiente. Le aziende della moda lo hanno capito da anni, quelle del design ci hanno messo più tempo, ma ora stanno recuperando: per competere bisogna essere estremamente organizzati e veloci. Il mercato chiede grande qualità, persone competenti e velocità.

Un cambiamento radicale , avvenuto negli ultimi dieci anni, proprio da quando lei è entrato in Moroso: come ha visto cambiare l’azienda?

Moroso è e resta un’azienda creativa, ma ci siamo organizzati, con investimenti importanti, per portare valore aggiunto ai partner attraverso la progettazione e l’industrializzazione. Abbiamo ampliato l’offerta merceologica e oggi proponiamo non solo prodotti singoli, ma famiglie di prodotti e ambienti completi, in modo da dare agli architetti, che sono i nostri principali clienti, gli strumenti giusti per lavorare. Oggi realizziamo il 70% del fatturato tramite contract e tra i nostri committenti abbiamo realtà come Facebook, Linkedin, Google o Microsoft con cui abbiamo accordi a livello globale.

Come si inserisce l’azienda in un territorio come quello friulano, noto ad esempio per il distretto della sedia e la lavorazione del legno, che hanno risentito duramente della crisi?

Siamo strettamente legati al territorio: per alcune lavorazioni specifiche ci affidiamo a molti artigiani, le cui competenze sono per noi fondamentali, dato che i prodotti Moroso si distinguono per la capacità di coniugare aspetto industriale e artigianalità, anche manuale. La crisi ha operato una selezione darwiniana sulla manifattura locale: molte realtà sono state spazzate via, ma quelle che hanno compreso le nuove regole del mercato sono sopravvissute e oggi addirittura più forti e strutturate.

Allargando lo sguardo all’Italia, crede che il design made in Italy sia ancora competitivo nel mondo?

Sì, lo dicono i dati: la Confindustria stima che nel 2022 l’Italia esporterà 70 miliardi di manufatti italiani, il 20% in più del 2016. Ma sarà un made in Italy che eleva il livello sotto tutti punti di vista e mantiene la sua originalità nell’innovazione della tradizione.

Torniamo a lei e alla sua storia: quasi 30 anni fa l’Italia l’ha accolta e le ha dato un futuro: oggi il tema dei migranti è esplosivo. Le sembra che questo Paese sia cambiato?

È un discorso delicato, posso parlare solo per la mia esperienza, che è stata molto positiva, quando sono arrivato in Italia. Nel 1992 il fenomeno dell’immigrazione era ridotto, oggi ci sono molte più persone che arrivano. Non credo che l’Italia sia un Paese razzista, ma c’è il timore di quello che potrebbe accadere se il fenomeno dell’immigrazione non viene gestito correttamente. Si può fare, come hanno fatto altri Paesi: bisogna dare agli immigrati l’istruzione e gli strumenti per garantire loro un percorso d’integrazione, anche ascoltando le aziende che, come la nostra, hanno bisogno di manodopera altamente specializzata e non la trovano.

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