Riciclo creativo

Da rifiuti a oggetti di design Il tesoro nascosto della Laguna

di Giovanna Mancini

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Vaporetto Tronchetto, design Marco Zito


4' di lettura

Quella per il recupero dei materiali e degli oggetti è per Luciano Marson una vera e propria attitudine, un approccio alla vita che lo accompagna sin dall’infanzia. Imprenditore di origini friulane, da bambino era solito procurarsi vecchi rottami di biciclette, sistemarli e farli verniciare. «Mi producevo da solo delle eliche, che amavo molto, e le facevo girare al vento», ricorda Marson, fondatore e proprietario, con la moglie Karin Friebel, del marchio Pieces of Venice, nato tre anni fa e premiato lo scorso settembre con il Compasso d’Oro, nella categoria Design per il sociale. Il quarto Compasso che l’imprenditore ha ottenuto nella sua carriera, tutta nel mondo dell’arredo-design.

Eppure non ha una formazione specifica in questo settore, Marson: nato nel 1953 a Pasiano di Pordenone, si definisce «un designer del pongo». Ha sempre inventato oggetti, ma non li ha mai disegnati: «li modellavo io stesso e poi andavo da un falegname per farli realizzare», racconta. Segue studi amministrativi e commerciali e, dopo il diploma, tra il 1972 e il 1978 lavora come contabile in un mobilificio, per poi passare alle vendite, in giro per l’Italia. «Ho sempre avuto nel sangue la voglia di mettermi in proprio e fare qualcosa di mio, ma non avevo capitali alle spalle – spiega –. Quando è nata mia figlia ho deciso che volevo stare accanto alla mia famiglia e così mi sono licenziato e ho iniziato a fare l’agente di commercio di mobili molto rustici e semplici. Poi, con il tempo, mi sono avvicinato al design e mi sono appassionato, collaborando con aziende come Ciatti, Elam, Pallucco».

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La svolta arriva proprio grazie all’incontro con Paolo Pallucco, alla fine degli anni Settanta, e soprattutto con Maddalena De Padova, nel 1984. «Maddalena è stata la mia mentore – ammette Marson – ha affinato il mio gusto e aperto i miei orizzonti». Conosce maestri come Vico Magistretti e Achille Castiglioni e, nel frattempo, apre anche un ufficio stampa a Milano, specializzato nella comunicazione di brand del design. Nel 1989 fonda l’azienda di arredamento Horm – di cui era direttore generale e creativo – e collabora con designer come Alvaro Siza, Mario Botta, Toyo Ito, Steven Holl, Karim Rashid, D’Urbino-Lomazzi, Mario Bellini, Toshiyuki Kita, Kengo Kuma, Ross Lovegrove.

La crisi finanziaria mette fine all’avventura in Horm. Marson liquida l’impresa e assieme alla moglie inizia a lavorare al progetto che è il sogno di una vita: coniugare la passione per la sostenibilità del Pianeta con quella per Venezia, «che è un marchio di per sé – osserva –. Io sono di Pordenone, ma l’influenza di Venezia, della sua storia e della sua cultura è sempre stata forte nel nostro territorio, che per secoli ha ospitato le terre dei latifondisti veneziani e le loro case di residenza estiva».

Il progetto Pieces of Venice nasce quasi per caso: «Ero stato contattato, come consulente, da un gruppo di imprenditori che volevano fare mobili con il legno delle briccole, ovvero i pali in rovere che delimitano i canali navigabili nella Laguna di Venezia – racconta l’imprenditore friulano, che oggi risiede a Oderzo,vicino al capoluogo veneto –. Sul momento risposi che c’era chi lo faceva già, e molto bene, dal 1920 (Riva1920, ndr), ma cominciai a pensare in che modo si potesse in qualche modo lavorare sul patrimonio di Venezia, possibilmente in una direzione di salvaguardia e tutela della città e della sua storia».

La chiave del recupero dei materiali scartati, in primis il legno, è la più congeniale a Marson e alla moglie Karin, che iniziano a raccogliere e riutilizzare il rovere delle briccole e il larice delle passerelle o dei parapetti. Nasce una collezione di piccoli oggetti di design (ideati da progettisti come Baldessari e Baldessari, Mariapia Bellis, Carlo Cumini, Giulio Iacchetti, Cristian Malisan, Lorenzo Palmeri, Matteo Ragni, Marco Zito): ventagli, portaoggetti, cornici, soprammobili. «Abbiamo cominciato dai souvenir di Venezia, perché volevamo contrastare la diffusione di oggetti orribili e di scarsa qualità, che si vendono ai turisti – spiega Marson –. Ognuno dei nostri prodotti ha come nome un indirizzo della città, che può essere una chiesa o un monumento, un ristorante o un negozio particolare, perché vogliamo anche promuovere un turismo più sostenibile e diffuso, che non si fermi solo a Rialto o San Marco».

Il progetto funziona: a fine anno arriverà a breakeven, attorno ai 100mila euro, e la pandemia non lo ha fermato. Anzi, le vendite (nel corner shop all’interno del Fondaco dei Tedeschi) sono persino aumentate, forse perché l’acquirente-tipo dell’azienda è un turista colto, con maggiore disponibilità economica, quindi non colpito, per ora, dalla crisi.

«Abbiamo iniziato con il legno, ma stiamo già ragionando su come utilizzare altri pezzi di Venezia: gli scarti dei vetri di Murano, le cime dei vaporetti e delle navi. La Laguna offre di tutto: basta andare a scavare e capire come usare le cose», osserva Marson. Che ha voluto dare un’impronta sociale a tutto tondo all’azienda. Kui e la moglie si occupano dell’approvvigionamento dei materiali, che affidano alle falegnamerie per la sgrezzatura, mentre tutta la parte manuale (foratura, levigatura, assemblaggio, marchiatura a fuoco, imballaggio e logistica) è affidata alla Cooperativa Futura di San Vito in Tagliamento, che si occupa di inclusione sociale e lavorativa per persone con disabilità. Inoltre, per ogni oggetto venduto, vengono donati 3 euro alla Onlus veneziana Masegni e Nizioleti, che si occupa di ripulire e sistemare la città da imbrattamenti, danneggiamenti e deturpamenti.

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