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Da Roma alla City, gli affari che turbano la pax vaticana

L’operazione finanziaria messa sotto accusa va di pari passo con alcune dinamiche interne alla Santa Sede e forse riflette i rapporti di forza del momento

di Carlo Marroni

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L’operazione finanziaria messa sotto accusa va di pari passo con alcune dinamiche interne alla Santa Sede e forse riflette i rapporti di forza del momento


4' di lettura

Il primo segnale che qualcosa si stava muovendo di nuovo dentro le finanze vaticane risale a due mesi e mezzo fa. Nel mezzo della vampa d’agosto il bollettino quotidiano della Sala Stampa annunciava che monsignor Alberto Perlasca, prelato di lungo corso della Segreteria di Stato, passava ad altro incarico. Sulla carta un normale avvicendamento, ma Perlasca non è un monsignore qualsiasi: per molti anni ha gestito in prima persona la “cassa” della Segreteria. Quella da cui sono partite, tra le altre, le operazioni del 2012 e poi del 2018 e 2019 che hanno innescato la bufera (attorno al denaro, sempre lì) che sta di nuovo agitando la Curia Romana. Perché quello spostamento? Nulla c’è ufficialmente su Perlasca, ma secondo gli osservatori delle cose curiali non è azzardato ipotizzare che fosse un effetto collaterale di un’inchiesta segreta della magistratura vaticana in corso da mesi sugli affari finanziari della Segreteria di Stato, che nel 2012 aveva investito fino a 200 milioni nel fondo lussemburghese Athena Capital Global Opportunities, del finanziere Raffaele Mincione.

Il principale asset: un immobile di gran pregio a Londra (vedi articolo in questa pagina, ndr) di cui il Vaticano ha acquisito l’intera proprietà a fine 2018 con una nuova operazione - incaricando il finanziere italiano basato a Londra Gianluigi Torzi, patron del fondo Jci e ben introdotto nell’establishment italiano - versando 44 milioni di euro (40 milioni di sterline, attraverso Credit Suisse). A inizio ottobre cinque dipendenti vaticani sono stati sospesi e i loro volti sono stati resi noti attraverso la pubblicazione della nota segnaletica della Gendarmeria vaticana, che aveva l’ordine di non farli entrare nel perimentro. Una fuga di notizie che ha fatto infuriare il Papa («un peccato mortale») e che ha portato alle dimissioni del comandante Domenico Giani, che per ora ha pagato per tutti. Sostituito ieri dal vice Gianluca Gauzzi Broccoletti (che già stava indagando su questa vicenda), ma pare che ci saranno altre sorprese nelle prossime settimane.

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Le vicende che hanno fatto scoppiare questa nuova grana al di là delle reponsabilità che saranno accertate - e se si arriverà in giudizio nel tribunale che il Papa ha affidato da poco a Giuseppe Pignatone, nomina che indica una volontà di cambiare passo - fanno luce su uno spaccato di come vanno ancora le cose in molti uffici vaticani. Certo, prima restavano quasi tutti coperti, ora vengono fuori e questo è frutto non solo di “leaks” ma anche di una nuova governace riformata che fa scattare reazioni. Oggi la Santa Sede fa parte del circuito europeo Sepa, che assegna l’Iban, e questo è un marchio di garanzia che le procedure ci sono.

L’operazione finanziaria messa sotto accusa va di pari passo con alcune dinamiche interne alla Santa Sede e forse riflette i rapporti di forza del momento. Risaliamo al 2012, quando la Segreteria di Stato - che assomma le funzioni di palazzo Chigi, Viminale e Farnesina, insomma il cuore del potere curiale a contatto di gomito con il Papa - decide di investire. È la prima sezione che agisce, quella degli “interni”, la più potente. Ha un suo portafoglio la cui entità non è nota e opera direttamente sul mercato. Allora la dirige mons. Angelo Becciu, da oltre un anno divenuto cardinale e messo a dirigere il dicastero delle canonizzazioni. Il suo nome ora esce di continuo: fu lui a decidere di investire in un maxi immobile dopo essere stato tentato dal mettere soldi in una piattaforma petrolifera in Angola, dove era stato nunzio. Non solo: uno dei cinque “sospesi” è monsignor Mauro Carlino, suo segretario personale a lungo, spostato a guidare un ufficio della Segreteria di Stato nello stesso pacchetto di nomine di agosto. L’investimento a Londra con Mincione - su cui interviene all’inizio unmutuo della Deutsche Bank per 75 milioni - non va bene, e nel frattempo al posto di Becciu arriva il venezuelano Edgar Peña Parra, che cambia pagina.

Vuole chiudere con Mincione e compra l’altra quota dell’immobile con 44 milioni, dando incarico di agire a Torzi. Prima il palazzo di Sloane Avenue finisce in una “scatola”, poi ne viene costituita un’altra ad hoc, e in aprile scorso si accendono dei nuovi mutui biennali con due società lussemburghesi, la Cheney Reale Estate Credit IV e V. Ma le condizioni sono onerose, si parla addirittura di un 5% più libor, una mostruosità. Si vuole rinegoziare, e qui si arriva a luglio scorso, quando la Segreteria chiede allo Ior di anticipare tout court 150 milioni per chiudere con la Cheney. Ma lo Ior fa muro e assieme al Revisore manda le carte su questo giro di scatole e bonifici alla magistratura inquirente. Passa l’estate e si arriva alle sospensioni e ai sequestri di pc con irruzioni dei gendarmi: oltre a Carlino riguardano il direttore dell’Aif, Tommaso Di Ruzza, Vincenzo Mauriello, Fabrizio Tirabassi e Caterina Sansone. Nomi che emergono nelle carte, ma le cui responsabilità devono essere accertate e i cui profili sono molti diversi.

Dentro le mura si rimarca che l’Aif, ente di controllo dei flussi finanziari nato nel 2011, è frutto di un lavoro di riforma che deve essere salvaguardato, dal momento che è l’interlocutore delle organizzazioni internazionali. Lo Ior, che spunta solo alla fine, è stato riformato e nell’intervista a Il Sole 24 Ore il presidente Jean-Baptiste de Franssu nega che «vi siano delle guerre» sulla gestione dei soldi. Ma ora uno scontro certamente c’è. L’articolo 172 della Pastor Bonus, la Costituzione pontificia, affida all’Apsa la titolarità di tutti i beni, ma in questo come in altri casi sono i singoli dicasteri ad averli (si ricordi solo Propaganda Fide). Poi i flussi finanziari: in questo caso è la Segreteria di Stato, sezione affari generali, che fa i bonifici - è pur sempre un dicastero, certo - ma l’unico ad essere vigilato dall’Aif sui flussi è lo Ior. Insomma, un nuovo pasticcio che il Papa deve sbrogliare.

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    Carlo Marroni

    Luogo: Roma

    Lingue parlate: inglese, francese

    Argomenti: Vaticano, Banca d'Italia, Ue

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