PARTITO DEMOCRATICO

Da Rutelli a Bersani, Pd consumato dalle scissioni

Nato da una fusione (Margherita-Ds), in 12 anni di vita il partito ha subito molti addii. E nel 2017 Renzi scherzava: «Ulteriori scissioni non sono possibili perché abbiamo finito le sigle»

di Riccardo Ferrazza


Renzi fonda un nuovo partito: ecco chi lo segue

2' di lettura

Nato per fusione, consumato dalle scissioni. Sembra il destino del Partito democratico ora che un altro suo ex segretario, Matteo Renzi (proprio come fece Pierluigi Bersani) è pronto a fare i bagagli per mettersi in proprio.

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Nato nel 2007 dal matrimonio delle due famiglie politiche più grandi (una di ascendenza democristiana, l’altra comunista, entrambe post), con l’addio dell’ex rottamatore il Pd si troverebbe ad affrontare per la terza o quarta volta gli effetti delle proprie divisioni interne. Una malattia che affligge da sempre la sinistra e non solo per passaggi epocali, come quello della dissoluzione del Pci e la trasformazione nel Pds operata da Achille Occhetto che perse pezzi per strada.

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L’ultima (e più pesante) scissione di Speranza & co
«Ulteriori scissioni non sono possibili perché abbiamo finito le sigle» scherzava proprio Renzi nel febbraio del 2017, commentando la decisione della sinistra del Pd di andarsene per fondare un nuovo partito. Quella decisa da Roberto Speranza e sostenuta tra gli altri da Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema resta la scissione numericamente più significativa e politicamente più dolorosa perché attuata da soggetti protagonisti della vita del partito nel suo primo decennio. All’inizio del 2017 nasce così Articolo 1, il cui segretario è Speranza. Attuale ministro della Salute nel governo Conte, nella quota assegnata a Leu (federazione di Articolo 1, Sinistra Italiana e Possibile).

Di Rutelli il primo addio
Prima di Speranza e compagni, però, si registrano almeno altre tre scissioni. Il primo ad andarsene fu nel 2009 Francesco Rutelli: leader della Margherita che aveva portato a fondersi nel Pd, l’ex sindaco di Roma e candidato premier per il centrosinistra, lamentava l’eccessivo sbilanciamento a sinistra della “casa comune” costruita con i post-comunisti. L’elezione di Bersani a segretario fu per lui una conferma: così nell’ottobre del 2009 fuoriscì per fondare Alleanza con l’Italia che non ebbe a sua volta vita facile nel velleitario tentativo di creare un terzo polo.

Civati e «Possibile»
A sinistra del Pd si è mosso invece Giuseppe Civati che nel 2015, dopo mesi di disaccordo con il governo Renzi accentuato dall’opposizione alla nuova legge elettorale (l’Italicum), lasciò il Pd per fondare Possibile, soggetto che sarebbe diventato una delle sigle della sinistra (insieme a Articolo 1 e Sinistra italiana).

L’addio di Fassina
Scissione individuale fu invece quella di Stefano Fassina, anche lui convinto a lasciare il Pd nel 2015 per l’opposizione a Matteo Renzi. La stessa motivazione che lo aveva spinto già a dimettersi da viceministro dell’Economia nel governo di Enrico Letta. Fassina ha poi aderito a Sinistra Italiana e in seguito a Leu.

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