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«Da Telecom a Cisco fino a Cusani, ecco come è cambiato San Vittore»

Luigi Pagano, lo storico direttore del carcere milanese, ora in pensione, racconta l’incontro con l’imprenditoria durante e dopo Tangentopoli. Perché servono pene alternative alla detenzione

di Raffaella Calandra


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Luigi Pagano (Imagoeconomica)

7' di lettura

Per tutta la vita, Luigi Pagano ha provato a risolvere il suo paradosso: permettere con l’isolamento del carcere il reinserimento dei detenuti, fuori dal carcere. E ora che è andato in pensione, per lo storico direttore di San Vittore una riflessione si impone: «Le celle sono anacronistiche. Bisogna pensare talvolta a pene alternative. O il carcere continuerà a riprodurre se stesso», sentenzia l’uomo che ha cambiato il rapporto tra il mondo di fuori e quello di dentro, già numero due del dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, dopo i 15 anni passati nel principale istituto milanese e poi alla guida di quelli lombardi. Sono i numeri e l’esperienza a dimostrarlo: più stai dentro senza prospettiva, più torni dentro. Con buona pace della funzione rieducativa voluta dalla Costituzione, «che temo non venga rispettata», sospira.

Il carcere come extrema ratio è l’obiettivo - «proclamato da qualsiasi legge, ma sempre smentito» - e allo stesso tempo è l’auspicio che quest’inguaribile ottimista napoletano, adottato da Milano, professa da sempre. «È la logica ancor più che l’ideologia», spiega Pagano, forte degli studi sulla recidiva che dimostrano quanto chi ha più accesso a misure alternative, tenda meno a commettere nuovi reati. Un lavoro dell’Università dell’Essex, con Fondazione Einaudi e Il Sole 24 Ore dimostrò come il ritorno a delinquere diminuisse di nove punti, per ogni anno di prigione passato nel carcere lombardo di Bollate, simbolo delle attività di studio-lavoro. Numeri difficili da far valere nel dibattito politico, ancora più difficili da comunicare nella stagione dell’industria della paura, delle pene esemplari, del «marcire in galera» - «di cui però l’(ex, ndr) ministro Salvini si è scusato», ricorda Pagano - e delle strette, invocate dopo ogni fatto di cronaca, «col rischio di annullare la stagione di riforme». Così la risposta all’affollamento, un dramma nell’afa estiva, è l’annuncio di nuovi penitenziari. «È sempre stato così! E comunque per una riforma dell’ordinamento è sempre servito l’appoggio dell’opinione pubblica. E questo può creare un cortocircuito», è l’obiezione di Pagano, che cita nomi e precedenti dei suoi 40 anni in carcere.

Quarant’anni, passati attraverso stagioni diverse, mille colori politici e dentro molti pezzi della storia d’Italia, vissuti da un osservatorio esclusivo. Per primo, il carcere di massima sicurezza di Pianosa, durante l’emergenza terrorismo; poi l’Asinara, negli anni di Raffaele Cutolo, il capo della nuova camorra organizzata, che alla sua presenza tra l’altro si sposò; ci furono poi gli istituti nel mirino dei terroristi, come Badu ’e Carros dove fu ucciso il boss Francis Turatello o Taranto. Poi nella sua carriera c’è stato soprattutto San Vittore. «Pensavo di resistere un mese, sono durato quindici anni», sorride Pagano, mentre osserva la riproduzione alla parete dell’immagine cult del film di Totò e Peppino col ghisa in piazza Duomo. All’inizio, anche per lui Milano era quella, poi Milan, l’è sempre un gran Milan e soprattutto quel carcere ottocentesco è diventata «la sua casa amata: qui è nato mio nipote. Ma San Vittore o viene riportato al numero consentito di detenuti o deve vivere in modo diverso». Più volte, sono stati valutati progetti di spostamento della cittadella giudiziaria nella zona di Porto di Mare. E «anche se il carcere dovrebbe stare in città, i casi di Bollate e Opera - nota, pragmatico - dimostrano che si può stare fuori, se i servizi funzionano».

Quando ci incontriamo nel suo ormai ex ufficio, per Pagano sono gli ultimi giorni da provveditore e più volte questo ex scugnizzo di Torre del Greco, diventato uno dei milanesi insigniti dell’Ambrogino d’oro, si girerà verso l’ingresso di San Vittore, coperto dal cantiere della metro. «È perfetto per venire a seguire da pensionato i lavori», scherza nel suo orgoglioso accento partenopeo, ben consapevole di poter ancora mettere a frutto l’esperienza fatta. E qualcuno glielo chiederà. Nella sua carriera è passato dalle carceri speciali degli anni di piombo a quelle aperte, dove lui ha introdotto, ad esempio, il rito dell’altra Prima della Scala. Dall’osservatorio di San Vittore, Pagano ha vissuto grandi cambiamenti: la trasformazione della criminalità dai tempi delle bande organizzate; la violenza ceca del terrorismo; il crollo della Prima Repubblica, con Mani Pulite; fino ad assistere alla quasi totale identificazione tra popolazione detenuta e marginalità sociale. «Alcuni non vengono ammessi a misure alternative, perché senza casa, lavoro e famiglia. Il paradosso è che a loro il carcere dà più di quanto avrebbero fuori».

In fondo da sempre, per dirla con il garante dei detenuti Mauro Palma, il carcere è «lo specchio dei problemi non risolti di fuori». Tanti, a giudicare dalle celle, piene più di quanto potrebbero: 60.522 i reclusi dell’ultima stima a fine giugno, per una capienza regolamentare che prevede 10mila posti in meno. A riempire i penitenziari, tanti stranieri, ancora di più quelli che provengono dai gironi della tossicodipendenza, a volte con meno di un anno da scontare. Così la filosofia di questo napoletano, scettico verso tutti i Masanielli e le rivoluzioni immediate, abituato invece a cambiare ogni giorno un po’ le cose, lo porta a «pensare all’introduzione di più servizi per i tantissimi con problemi di droga: bypassare le celle, trovando una comunità, come già prospettato in passato ai servizi per le tossicodipendenze. Già così, si eviterebbe il sovraffollamento».

Quella della capienza è una delle principali questioni nel mondo dell’amministrazione penitenziaria, che diventa dramma quando le celle si arroventano ed è più difficile garantire le minime condizioni di dignità. «Così sovraffollamento e scarsa possibilità di assolvere alla funzione di recupero viaggiano insieme», riflette Pagano, pronto sempre «a partire da quello che già c’è, piuttosto che aspettare quello che dovrebbe arrivare. Bisogna guardare in prospettiva, ma contemporaneamente darsi da fare o l’attesa di una nuova legge diventa un alibi. E aspettando il carcere del futuro si rischia che quello di oggi torni ancora più indietro. Bollate è stato inaugurato nel 2001, con gli strumenti a disposizione».

Questa impostazione ha ispirato il suo agire, nelle varie emergenze, come nell’aprire le celle all’esterno e in direzione opposta portare la città dentro, nella consapevolezza - leitmotiv di uno storico ex direttore del Dap, Nicolò Amato - che carcere e territorio non sono distinti, ma «il carcere è territorio». E di quel territorio è specchio. «Non a caso Milano è stata determinante, per realizzare quello che è stato fatto. Altrove Bollate non sarebbe nata», rivendica Pagano.

Nei suoi ricordi, ci sono decine di esempi di collaborazioni con l’imprenditoria, il volontariato, il mondo della cultura, che rendono oggi possibile imbattersi all’interno di San Vittore in una lezione sul Salvator Mundi di Leonardo, nel reparto de La Nave; o incontrare detenuti, impegnati a rispondere al primo call center in carcere. «Attraverso Milly e Massimo Moratti e Lalla Cadeo, moglie del conduttore tv Cesare, entrai in contatto con la Telecom allora guidata da Marco Tronchetti Provera: c’era manodopera, c’era il suolo in comodato gratuito e invece di delocalizzare si dava un’occasione di lavoro. Ora molti penitenziari vivono sui call center. Tra gli altri, ha creduto in noi il capo della Cisco, autorizzando corsi di formazione e ora alcuni ex detenuti hanno la responsabilità della sorveglianza informatica di più banche. Era utopistico pensarlo, è fantastico a dirsi. E un ex ergastolano, ora imprenditore, offre ad altri una seconda possibilità».

Tutto questo è possibile quando ci sono le condizioni per assolvere al mandato di recuperare chi ha rotto il patto sociale. E queste vengono meno, se in una «cella per due, ci sono sei persone, con rischi di contagi, tensioni, cedimenti; ci sono difficoltà per i colloqui e si è costretti a trasferimenti». Una descrizione che corrisponde all’estate peggiore vissuta da Pagano, quella di Tangentopoli. «C’erano 2.400 detenuti a San Vittore, per una capienza attualmente ridotta a 798 posti. E in quei giorni avemmo una visita della commissione antitortura, che nella relazione al Governo definì proprio “tortura” le condizioni dell’istituto». In quel carcere, nell’estate del ’93, si suicidò Gabriele Cagliari, l’ex presidente Eni. «Avevo parlato con lui un paio di giorni prima, gli proposi di lavorare. Mi rispose che ci avrebbe pensato. Ho riflettuto tante volte su quel colloquio, sulle parole dette, se e come avrei potuto capire. Ogni suicidio è un atto d’accusa, che ti interroga. Quel giorno, chiamai il procuratore Francesco Saverio Borrelli. Eravamo sconvolti». Un ricordo, che diventa più nitido, man mano che Pagano ritorna a quella stagione di 26 anni fa e ripensa al capo del pool, morto il 20 luglio scorso. «Un paio di volte mi chiamò alle 20, per avere risposte dopo lamentele di detenuti». Proprio per il suo sforzo di voler creare occasioni di lavoro, Pagano aveva incontrato a inizio ’92 anche l’allora presidente del Pio Albergo Trivulzio, per «sondare il terreno, per una collaborazione con la Croce Rossa». Poi il 17 febbraio, si ritrovò Mario Chiesa a San Vittore. E uno dietro l’altro, tutti gli altri, come il «difficile» Sergio Cusani, «che si era messo in testa di rivoluzionare il carcere».

In quei raggi, «non ci fu subito l’esatta consapevolezza di quanto stava per succedere. E la complicazione ulteriore era garantire un supporto adeguato a persone non abituate». Quello però fu il momento in cui il mondo di fuori scoprì il carcere e ascoltò le voci di dentro. «Tangentopoli permise di aprire le celle a commissioni varie, a politici in visita, alla stampa. Tutti si resero conto che la città di Cesare Beccaria non poteva tenere in quelle condizioni chi viveva qui». Dall’altra parte cioè del muro di cinta, che tiene lontano dallo sguardo e dalle coscienze il mondo dei reclusi, visitato di recente dalla Corte Costituzionale nel suo Viaggio in Italia e dal presidente della Repubblica, che nel ristorante aperto a Rebibbia, come a Bollate, ha voluto cenare.

La questione allora ritorna a essere il fatto che «il modello non è Bollate, ma l’ordinamento. Anche se il paradosso - sospira - è che ci viene consentita l’eccezionalità, ma non riusciamo a governare la normalità». Eppure, ogni giorno un po’, lui è riuscito a cambiare il carcere, anche perché «quando incontri dentro tuoi ex compagni di gioco pensi che a volte sia pure una questione di incontri. Essere dialogante lascia comunque un granello». Lo capì, quando nel ventre di Napoli un contrabbandiere di sigarette gli disse «siete uno buono». Più che altro uno che davanti a ogni detenuto si ripeteva con Kafka, che «non aveva più scelta, se accettare o rifiutare il processo. Vi era dentro e doveva difendersi». E incontrare un «carceriere progressista» può fare la differenza.

@rafcalandra

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