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Da Tognazzi a Di Maio il «No Tav»: breve storia della supercazzola

di Francesco Prisco


Sulla Tav analisi verso saldo negativo. Di Maio: 'non si fa'

2' di lettura

Dopo aver messo Oronzo Canà all’Unesco, il vicepremier Luigi Di Maio nomina il conte Lello Mascetti commissario della Tav. Sì, proprio il funambolico sbeffeggiatore interpretato da Ugo Tognazzi nella saga di Amici Miei, maestro della supercazzola, intesa come arte del nonsense. Gli chiedi della Tav, nonché degli attriti con Salvini e la Lega intorno al delicato dossier, e Gigino il Giovane se ne esce con una dotta citazione monicelliana: «Finché ci sarà il Movimento al Governo, la Tav non si farà. Ridimensionata? Il tema non è il ridimensionamento dell’opera: se diciamo queste cose, parliamo di una supercazzola».

GUARDA IL VIDEO. Di Maio: «La Tav? Non si fa»

Parli come badi
Badi a come parla, signor ministro dello Sviluppo economico e insieme del Lavoro. O forse dovremmo dire «parli come badi», citando un altro campione del genere, non meno titolato del Mascetti, quell’Antonio Gagliardi De Curtis principe di Bisanzio per brevità chiamato Totò. La supercazzola è materia esplosiva, da maneggiare con estrema cautela, addirittura il sale della politica nella famigerata era dello storytellig. Come ti spieghi, sennò, il fatto che il vocabolario Zanichelli ormai tre anni fa l’abbia inserita tra i nuovi lemmi della lingua italiana? L’arte di mettere in fila parole a caso, talvolta inventate, in un discorso che suona così bene che il tuo interlocutore, oltre a non capirci niente, alla fine ti farà quasi i complimenti è attualissima e sembra avere davanti a sé un grande futuro. Quanto è vero che vanta un passato importante.

Di Maio a Ortona, intervenendo a margine a un convegno, dà della «supercazzola» al ridimensionamento della Tav

Da Boccaccio a Swift
È arte letteraria, prima di tutto: già Boccaccio, nel Decameron, da buon toscano sfodera qualche «haccene più di millanta, che tutta notte canta». Due secoli più tardi dall’altra parte delle Alpi quel geniaccio di François Rabelais, in quel capolavoro chiamato Gargantua e Pantagruel, attraverso la Disputa tra il Signor de’ Baciaculi e il Signor de’ Fiutapeti, realizza una specie di manifesto delle supercazzole che verranno. Due orazioni giuridiche contrapposte, innumerevoli funambolismi linguistici, zero significato compiuto. Un giochino che divertirà pure Jonathan Swift che infioretta I viaggi di Gulliver (1735) con deliziosi intermezzi privi di senso. Cosa distingue la supercazzola dal nonsense tout court? La dimensione dello scherzo, la volontà di gabbare il prossimo, l’aggressione goliardica, la «zingarata» che si fa verbo. Un armamentario con il quale noi inquilini del Bel Paese abbiamo una certa dimestichezza.

La t-shirt celebrativa del «Supercazzola Day»

Come se fosse Antani
La supercazzola, insomma, è esistita prima del primo Amici miei (1975) ed esiste meglio ancora dopo, nella più piena consapevolezza della propria natura di burla. Qualcuno dice che i vari Monicelli,  Germi, Benvenuti, De Bernardi e Pinelli che fecero l’«impresa» si ispirarono al cantante semiserio Corrado Lojacono, altri al cabarettista Marcello Casco. «Antani, come se fosse antani, anche per il direttore, la supercazzola con scappellamento». Una specie di formula magica, quasi un rituale religioso per i fan del film che da tre anni, ogni novembre, a Firenze festeggiano il «Supercazzola Day», giornata di rievocazione che coincide con l’anniversario della grande alluvione del 1966. Tra magliette e cocktail a tema, si celebra il capolavoro della forma fine a sé stessa. Lo storytelling prima dello storytelling.

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