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Da Uber a Palantir: l’hi-tech Usa è pronto ad affrontare la Borsa

di Marco Valsania


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(Afp)

3' di lettura

NEW YORK - Wall Street non spaventa le grandi e veterane startup della tecnologia americana, avviate quest’anno verso quotazioni a qualunque costo (o quasi). L'esempio è stato dato da Uber: il suo amministratore delegato Dana Khosrowshahi, parlando da Singapore, ha fatto sapere che il gigante americano del trasporto alternativo andrà sul mercato azionario «quando saremo pronti e auspicabilmente le piazze finanziarie saranno in buono stato». Tutti, ha aggiunto al Wall Street Journal quale auspicio ma senza porre la questione come una condizione necessaria, vorrebbero quotarsi «in un mercato positivo, stabile».

Uber - e per questo il suo coraggio borsistico conta - non ha in programma uno sbarco qualunque: è il più atteso e ricco dell'anno, tra valutazioni dell’azienda che hanno raggiunto vette comprese tra i 76 miliardi e i 120 miliardi di dollari. Il gruppo ha depositato alla Sec in dicembre i primi documenti confidenziali per un Initial Public Offering, segnalando che ha in programma l’operazione nell’arco dei prossimi mesi, fin dalla prima metà del 2019. Pochi giorni prima era toccato a Lyft, rivale più piccola ma sempre multimiliardaria (15 per l'esattezza), compiere lo stesso passo presso le autorità statunitensi.

In cantiere ci sono poi gli arrivi di società del calibro di Pinterest (sharing di photo, 12 miliardi di valutazione), Slack (messaging professionale, 7 miliardi), Palantir (data analytics, ben 41 miliardi). In coda, tra la prima e la seconda metà dell'anno in corso, ecco anche le meno note Rackspace (servizi cloud, 10 miliardi), Robinhood (trading app senza commissioni, 5,6 miliardi) e Cloudfare (cibersicurezza, 3,5 miliardi).

Sono le stesse cifre che ruotano attorno a Uber - e alle sue sorelle hi-tech e Internet - a spiegare almeno in parte la continua fiducia attorno alle loro Ipo. Non si tratta di giovani startup volate ad altissimi valori di Borsa in un batter d'occhio, come accaduto con la bolla e successivo crash di Internet del Duemila. Qui si tratta di gruppi che, stando ai loro fautori, hanno modelli di business messi alla prova da anni di attività e con una forza finanziaria dimostrata. Vale a dire sono forti abbastanza da navigare in acque burrascose a Wall Street (a meno, certo, di drammatici e imprevisti crash). Aspettare troppo, inoltre, potrebbe non giovare se economia e mercati sono comunque destinati a frenare il passo.

Nel caso di Uber, che è sopravvissuta anche a scandali e polemiche sulla sua aggressiva cultura interna, persino inciampare in una recessione economica potrebbe in realtà comportare dei vantaggi. Potrebbe facilitare la ricerca di autisti, ha affermato Khosrowshahi, sfoggiando forse poca sensibilità sociale a vantaggio d’un vantato acume di business. Ha citato l’esempio del Brasile, dove Uber sta appunto crescendo particolarmente in un clima di pur gravi difficoltà economiche.

La tenuta dell’hi-tech, quale motore dell’economia e dei mercati americani, trova tifosi anche fuori dai potenziali nuovi arrivati e tra i leader consolidati del settore. L'amministratore delegato di Apple, Tim Cook, ha affermato ieri che il gigante degli iPhone non ha mai avuto «un ecosistema più robusto» e che questo fatto viene oggi sottovalutato dai critici. Apple è finita di recente nel mirino come simbolo proprio di possibili serie delusioni: ha perso bruscamente terreno all’indomani di un raro allarme sul fatturato in vista di conti trimestrali che usciranno il 29 gennaio. Cook si è inoltre detto «molto ottimista» sui negoziati commerciali tra Stati Uniti e Cina ora in corso e il cui incerto esito pesa particolarmente sulle prospettive - e le catene di fornitori - di molte società tech americane.

Riproduzione riservata ©
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    Marco ValsaniaGiornalista

    Luogo: New York, Usa

    Lingue parlate: Italiano, Inglese

    Argomenti: Economia, politica americana e internazionale, finanza, lavoro, tecnologia

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