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Da Valentino a Miu Miu, Parigi trema ma reagisce

L’escalation del virus, l’insorgere di paure ataviche: la tornata della moda parigina è stata apocalittica. Nel senso letterale del termine

di Angelo Flaccavento

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L’escalation del virus, l’insorgere di paure ataviche: la tornata della moda parigina è stata apocalittica. Nel senso letterale del termine


3' di lettura

Pioggia costante, l’escalation del virus, l’insorgere di paure ataviche e l’incontrollabile paura dell’altro: la tornata della moda parigina è stata apocalittica. Non per esagerazione, ma nel senso letterale del termine. È stata apocalittica anche la moda vista in passerella: una colata di nero, ma anche il ritorno del piacere di giocare con i vestiti. Per consolazione, compensazione o semplice reazione: i tempi grami chiamano a gran voce energia e vitalità. L’apocalisse, dopo tutto, è un invito a darsi diverso, non la scusa per rintanarsi chissà dove.

Demna Gvasalia, da Balenciaga, unisce la maestria del dressmaker a una capacità di affabulazione da cineasta. Ci sono i vestiti, infatti, e c’è la macchina scenica, compenetrati in un meccanismo dalla precisione assassina. Lo show è sensazionale, con gli spalti che affondano nella marea nera della passerella e il soffitto che è un enorme schermo sul quale si scatenano fulmini, fiamme e nuvole da fine del mondo: un contesto terrorizzante che avvolge gli abiti e li esalta. Si parte con il nero – il colore di Balenciaga per eccellenza, ecclesiastico e pomposo – si chiude in un luccicare d’argento, e in mezzo c’è un gran costruire volumi scultorei, un allargare spalle e ridisegnare corpi con una precisione assoluta e non nostalgica.

Pierpaolo Piccioli si concentra sugli abiti – e sulle persone – e vira in una nuova direzione, immaginando un Valentino grafico, teso, femminile con una grazia secca che può anche essere maschile, o viceversa, fluido nel rifiuto di ogni categoria prestabilita. Portando il discorso sull’inclusività dai manifesti programmatici – facili, ma improduttivi – alla materialità del fare i vestiti, Piccioli lavora intorno all’idea di uniforme, del vestito funzionale che non attira l’attenzione ma si fonde sulla persona, e veste di nero - energico, invece che funereo - le persone che gli piacciono. Uomini, donne; bellezze classiche e non convenzionali; giovani e non. L’esperimento riesce: ciascuno è se stesso, anche se tutti indossano suppergiù gli stessi cappotti, le stesse bluse trasparenti, le stesse scarpe pesanti. Le leziosaggini del passato evaporano, ma non la gentilezza che è segno di Piccioli, autore ammirevole perché capace di mettersi in discussione.

Da Chanel, Virginie Viard continua a lavorare su un codice diretto e immediato. Ci sono i vestiti, facili da capire e facili da indossare – una marea di bottoni a pressione, per madame che si agghindano di tutta fretta – un po’ meno gli accessori, ma manca il frisson vero della moda.

Le donne di Sarah Burton per Alexander McQueen hanno i piedi ben piantati per terra, ma sono pronte a librarsi. Alternano giacche e pantaloni sartoriali di fattura sopraffina ad abiti vaporosi che sono pura poesia, portati però con gli stivali da maitresse. Eppure, nonostante tutto, volano basso.

Miuccia Prada ama la moda e Miu Miu è il suo più libero territorio di espressione. C’è qualcosa di radicale, oggi, nel sostenere il valore della sventatezza, il potere della più compiaciuta frivolezza, ed è proprio in questo spazio glitterato che sguazza la signora. Sottile e provocatoria, riscopre le armi della seduzione - le trasparenze, la luccicanza dei cristalli, la setosità dei rasi, la voluttà della pelliccia - ma lascia che non tutto torni: le sete acciaccate, i velli arruffati e le cinturacce da uomo sanno di tesori âgé scovati in soffitta. L’opulenza sgarrupata affascina, con riferimenti anni 40 a tratti molto letterali.

Da Louis Vuitton, infine, Nicolas Ghesquiere attraversa il tempo concentrandosi sull’hic et nunc, inteso come conflitto e coesistenza di epoche lontane. Lo show è accompagnato da un coro di duecento figuranti vestiti dal premio Oscar Milena Canonero in abiti che vanno dal XV secolo agli anni 50. Cantano dal vivo, mentre in passerella si materializza un collage grafico di sottogonne e giacche a vento, di marsine e pantaloni da motociclista. Tutto è studiato e lambiccato, ma manca la spontaneità. Lasciarsi andare, invece, è un modo meraviglioso per accettare gli scontri e le contraddizioni del tempo. E anche quelli della vita, con o senza apocalisse.

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