sfilate di parigi

Da Valentino il viaggio è un sogno che parte e torna alla realtà

di Angelo Flaccavento

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4' di lettura


La visione è bucolica e rinfrancante all’inizio, sconfortante e deprimente alla fine, ma in qualche modo rivelatrice dello stato attuale del sistema. La seconda giornata di moda uomo a Parigi si apre con il primo show importante: Off-White. Oddio, non che in termini di moda questo marchio sia nulla di che: le idee sono poche e basiche, la scelta dei materiali elementare, lo sviluppo delle forme raffazzonato. Però l’abilità comunicativa del direttore creativo, Virgil Abloh, è senza eguali: lui trascina le folle di giovinetti, e aspiranti tali. Li porta in negozio, di gran carriera, a comprare cose che troverebbero ovunque. Invocando un mondo plastic free, Abloh a questo giro pianta un campo di garofani bianchi sotto le arcate del Carreau du Temple. I modelli deambulano intorno al tappeto fiorito vestiti di spolverini graffitati, tute da imbianchino, e pezzi di streetwear ad alta impatto, tinti di vago hippie. È questa la visione bucolica, invocazione di un ritorno alla natura che diventa incubo sul finale, quando gli stessi modelli, in formazione da falange tipo orda barbara, camminano sui fiori, calpestando tutto. Visto che la sfilata si intitola Plastic, è da interpretare come una riflessione sull’uomo che distrugge la natura? Probabile. Come é probabile che si tratti solo di un modo sconsiderato per fare belle foto e video da pubblicare in Instagram. In un caso o nell’altro, lo spettacolo è un colpo al cuore. Anche perché fuori dalla regia e scenografia, qui non c’è nulla di dirompente, di trascinante.

L’innovazione secondo Glenn Martens
Le idee innovative, del resto, parlano da sole, senza bisogno di fanfare e distrazioni. Ne ha parecchie Glenn Martens, la mente capace di Y/Project: un designer dal piglio sicuro che lavora in primo luogo su tagli e costruzioni, e che produce abiti come opere aperte con i quali si ingaggia un dialogo infinito di interpretazioni personali. Le sue sfilate hanno scenografie minime, ma pullulano di idee e di una singolare galleria di caratteri - gaglioffi, sbruffoni, sempre irridenti e consapevoli. A questo giro, nell’oratorio del Louvre, l’uomo Y/Proejct sembra più maturo del solito, quasi più classico, vestito com’è di trench, abiti, maglie che si liquefanno addosso, che scappano da tutte le parti, ma che hanno una presenza impettita, quasi aristocratica. La formula è quella di sempre, ma l’interpretazione è magmatica: ipnotizza.

Il linguaggio astratto di Anderson
È un inventore anche JW Anderson, il cui linguaggio però è di lettura piu complessa perchè volutamente astratto, quasi dadaista nella contrapposizione solo in apparenza casuale di elementi. In uno spazio trasformato in galleria, tra opere d’arte ugualmente astratte, Anderson manda in passerella giovinetti coronati di ciambelle di maglia come re magi, vestiti di abiti fatti di brandelli e strisce messe insieme, tra maglia hippie, costume tudor e completi da giullare, il tutto condito con uno spirito libero da estate baleare. Visivamente c’è molto, ma il controllo stilistico è assoluto e convincente. Da Acne Studios sono ancora giovinetti, ma d’altra risma: studenti d’arte, alle prese con l’ultimo soffio di libertà prima dell’età adulta - anche se poi un artista non cresce mai. Mescolano plastiche iridescenti e jacquard artigianali, cravatte e shorts quasi alla cieca, ma il risultato ha metodo, ed è leggero.

Il sogno secondo Pierpaolo Piccioli di Valentino
Leggerezza di spirito, ossia la capacità di attraversare confini sognando: è questa la qualità del momento dell’uomo Valentino, sulla cui identità il direttore creativo Pierpaolo Piccioli continua ad interrogarsi, dando una risposta diversa ogni stagione. Il tema scelto, adesso, é quello del viaggio, inteso come attività di pura fantasia, liberatoria e onirica. Con i piedi ben saldi per terra, sia chiaro: ci stanno le sneaker maculate ad ancorare il multiculturalismo psichedelico dei jeallaba color caffé indossati sotto i blazer oversize, dei top percorsi dai paesaggi lisergici di Roger Dean (l’autore delle copertine degli Yes) e dei pantaloni con le bande colorate, dei cappotti e degli spolverini dai volumi giganteschi ma gentili, con sfondi piega colorati come lampi di luce La parte migliore della collezione è quella piú impalpabile e poetica: il gioco di colori tenui e terrosi, l’improvviso dilagare del nero. Le stampe e le scritte, invece, sono una comprensibile concessione al gusto del momento che offusca un po’ il piglio unico del Piccioli colorista. In ogni caso, a questo giro, il messaggio politico é affidato solo all’estetico, e arriva al punto, lieve ma inesorabile.

Nero protagonista da Undercover
Nemmeno un colore, ma una colata di nero e antracite da Undercover, dove Jun Takahashi è in modalità severa, asciutta, antitetrale. Dopo i drughi da ronda di notte lisergica della scorsa stagione, é il momento del repulisti, sintetizzato nella figura allampanata di Nosferatu, sempre in abito, spolverino o bluson, all’occorrenza stampati o intarsiati con gli Untitled Film Stills di Cindy Sherman.
La lunga giornata si conclude a una mezz’ora buona da Parigi, in un capannone bianco nascosto tra le selve della periferia, dove Raf Simons riunisce il popolo trasversale dei suoi adepti - modaioli, artisti, stampa - per proferire un nuovo verbo. L’interpretazione non é facile, perché per Simons l’astrazione é obbligo, ma l’immagine è forte: un profluvio di camici e grembiuli di chirurgo, indossati con pantaloni arrotolati, stivali e giacche oversize. Lo styling é certamenre forzato, e il messaggio non arriva dritto, ma irretisce.

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