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Da Vuitton a Loewe, da Dior a Balmain ed Hermès: a Parigi la sfilata è diventata un film

Ogni genere di video, dal narrativo all'astratto, con risultati altalenanti e ancora tanto da mettere a fuoco, ma la moda dimostra di avere un grande potere di adattamento e metamorfosi

di Angelo Flaccavento

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Ogni genere di video, dal narrativo all'astratto, con risultati altalenanti e ancora tanto da mettere a fuoco, ma la moda dimostra di avere un grande potere di adattamento e metamorfosi


3' di lettura

Chi ha detto che il digitale, e quindi il video, è la sola via d'uscita dall'impossibilità di organizzare una sfilata in presenza? La cinque giorni parigina dedicata alla moda maschile, che si è chiusa lunedì, è stata un tripudio di fashion film di ogni genere, dal narrativo al descrittivo all'astratto, con risultati altalenanti. Non ci sono più differenze tra grandi e piccoli: la nuova democrazia impone a tutti gli stessi mezzi, ed é un gran bene. Si combatte, suppergiù, ad armi pari. A volte non far vedere nulla è puro fumo negli occhi, o sentimentalismo facile, come negli innumerevoli sketch impressionistici: c'è cascato anche Dries Van Noten, con l'ipnotica video-psichedelia di un percussionista immaginario.

Un territorio ancora anarchico

Altre volte, come nel caso di Louis Vuitton con una animazione molto funky e invero accattivante, una manciata di minuti di puro ritmo musicale e visivo amplificano il messaggio invece di decurtarlo, assai meglio delle svariate riprese di sfilate a porte chiuse che annoiano terribilmente e informano poco. Da qualsiasi angolazione la si guardi, comunque, la relazione tra moda e mezzo filmico appare ancora abbozzata. Contiene in nuce svariate possibilità, per la gran parte rimaste inesplorate in termini di specificitá linguistiche. Se infatti la fotografia di moda, pur nella infinitá di stili, obbedisce a un codice che si è ormai settato, il video fashion é territorio aperto, anarchico. C'è chi opta per le riprese di una serie di fitting, insistendo sul processo che definisce il prodotto, come l'ottimo Rick Owens, per forza di cose meno grandguignolesco e teatrale del solito, e chi presenta una coreografia che ordina in movimenti sincronizzati il caos del backstage, come fa Hermès ipnotizzando con ineffabile ed elegante leggerezza.

Dal cinema veritè allo show nella scatola

C'è chi intervista in studio l'artista che lo ha ispirato, come Kim Jones, che da Dior presenta un film di due atti, protagonista nel primo il pittore ghanese Amoako Boafo, nel secondo la collezione che lo omaggia in maniera alquanto letterale, e chi prende spunto dalla camminata in passerella per inventare una sorta di cinema veritè con pedinamento di modelli in giro per la città in fluido piano sequenza, come nel caso di Etudes, probabilmente il miglior fashion film della stagione. Eppure, anche in una soluzione come questa, che pure restituisce la realtà di silhouette in movimento come farebbe la passerella, manca il coinvolgimento sensoriale, perché riprodurlo o sostituirlo è affare complicato, se non del tutto impossibile. Non è un caso che uno degli esperimenti più riusciti della kermesse non sia stato un film ma una scatola: tattile, analogica e vagamente archivistica. Altro che connessioni lente e streaming ritardato: un oggetto solido e tangibile, multimaterico e misterioso, recapitato a casa degli invitati ma non necessitante di schermo retroilluminato per funzionare.

É Jonathan Anderson, direttore creativo di Loewe, a proporre lo show in a box, riuscendo nell'impresa di creare coinvolgimento sensoriale anche a distanza. «Avremmo potuto aggiungere un profumo o un odore» dice in conferenza stampa via Zoom. Per il resto, però, c'è proprio tutto: l'intero processo creativo, dalle immagini di ispirazione, alle silhouette, stampate su parallelepipedi per visione a trecentosessanta gradi; dalla musica - rumori di fabbrica su disco di vinile da far suonare a mano su giradischi di carta in dotazione -, al set e finanche al cartamodello di un top circolare, pezzo tra i più riusciti di una collezione senza spigoli vivi, tutta volumi - tra avanguardia giap e Velazquez - e intricata artigianalità. Una idea prismatica e per nulla techno, che più che al theatre de la mode e alle bamboline itineranti rimanda al museo portatile di Marcel Duchamp, perché per Anderson, designer-curatore, il mondo di riferimento è sempre quello dell'arte, corteggiato non per bisogno di nobilitazione, ma per autentico desiderio di ibridazione linguistica. A corollario di cotanto oggetto, ci sono anche, online, ben ventiquattro ore di seminari, interviste, concerti e approfondimenti: un modo intelligente di unire evento fisico e streaming digitale.

Abiti nuovi e d’archivio, una chiatta sulla Senna

È fortemente emozionale e autenticamente inclusivo il progetto di Balmain: una sfilata di abiti nuovi e d'archivio, su una chiatta che attraversa la Senna, visibile a distanza da passanti e comuni cittadini. Il video in questo caso è pura registrazione di un evento live, nel quale ancora una volta emerge, in tutta la sua prepotente autenticità, l'urgenza di Olivier Rousteing, direttore creativo, nel parlare a un pubblico ampio e trasversale, usando un linguaggio diretto e coinvolgente. Ecco, nella moda quel che al momento manca è proprio questo tipo di coinvolgimento, per forza di cose negato da eventi più grandi che interessano tutti e che invitano a riconsiderare i parametri, perché le vecchie regole non valgono più. La moda ha un magnifico potere di adattamento e metamorfosi. Inutile, e ottuso, giocare al rimpianto del buon tempo antico. Per il momento va così, e va molto bene.

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