ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùsette giorni sui listini

Da Wall Street ai BTp, così Trump ha disegnato la settimana peggiore dell’anno sui mercati

di Maximilian Cellino


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(AFP)

3' di lettura

Si chiude con tanti punti interrogativi la settimana del duro confronto Usa-Cina sui dazi commerciali, ma anche con una certezza: i mercati sono particolarmente vulnerabili. Non ci voleva molto a intuirlo, dopo il rally con cui molte asset class rischiose (Borse in primis) avevano d’un colpo cancellato l’orribile 2018. E a ricordarlo è proprio l’andamento dei listini azionari in questa settimana, la peggiore da inizio anno per Wall Street e a cascata anche per gli altri listini, ma anche la battuta d’arresto parallela subita dalle obbligazioni societarie, dalle materie prime e, guardando a casa nostra, il ritorno delle tensioni sui BTp. Al contrario hanno rialzato la testa tradizionali beni rifugio, quali l’oro, i titoli di Stato tedeschi e valute come franco svizzero e soprattutto yen.

Il bilancio (amaro) degli ultimi 5 giorni
Tanto per condire il tutto con qualche numero, l’indice S&P 500 di New York ha lasciato sul terreno in cinque sedute (tutte chiuse con il segno meno) circa il 3%, ed è stato imitato sia dall’Europa (-3,39% per lo Stoxx 600), sia da Piazza Affari (-4,08% per il Ftse Mib). Lo spread fra BTp e Bund decennali è cresciuto di circa 20 punti base a quota 273 e quello registrato dall’indice iTraxx (legato al credito) si è allargato di 7 punti, mentre l’indice Bloomberg Commodity Industrial metals è sceso del 2,4 per cento. Il tutto mentre lo yen guadagnava circa l’1,5% nei confronti del dollaro e l’oro lo imitava con un progresso simile nell’arco di una settimana fino a sfiorare i 1.300 dollari l’oncia.

Il confronto con lo scorso autunno
Tutti gli ingredienti delle classiche situazioni di avversione al rischio si sono insomma rovesciati sul tavolo dei mercati, anche se in dosi meno massicce rispetto a un passato anche piuttosto recente. «I principali indici che misurano volatilità e incertezza come Vix, VStoxx e Move - nota infatti Luca Cazzulani, strategist sul reddito fisso di UniCredit - si sono sì impennati, ma sono rimasti ben al di sotto dei valori di dicembre». Il confronto temporale in questione è particolarmente interessante, perché l’analista fa riferimento a un periodo in cui «venne annunciata una tregua commerciale fra Usa e Cina e l’atteggiamento della Federal Reserve divenne più accomodante».

La lunga mano delle Banche centrali
Non è infatti la sola incertezza sul destino della guerra commerciale (e dei suoi effetti sull’economia reale) e un accordo ancora possibile fra i litiganti a scongiurare un ritorno al clima grigio dello scorso autunno, ma soprattutto la mano delle Banche centrali o, quantomeno, la consapevolezza di un sempre possibile intervento a livello di politica monetaria nel caso di un inatteso deterioramento dello scenario economico e dell’andamento delle piazze finanziarie. La Fed e la stessa Bce sarebbero dunque pronte ad azionare il paracadute come in passato: una sorta di «deja-vu», insomma, che da una parte tranquillizza gli investitori e dall’altra solleva però ulteriori dubbi sulle prospettive di un rialzo dei listini che - con l’eccezione della pur dolorosa pausa del 2018 - prosegue in fondo da oltre 10 anni.

Gestori disorientati
Sul tema specifico dei dazi Usa, peraltro, i gestori restano piuttosto divisi, se non proprio disorientati. «Continuiamo a credere che alla fine si troverà un accordo, che l’economia cinese continuerà a crescere intorno al 6% quest’anno e che le attuali valutazioni delle azioni locali rappresentino buone opportunità di investimento a lungo termine per investitori attenti» sostiene per esempio Gary Greenberg, Head of Global Emerging Markets di Hermes Im. Non altrettanto fiduciosi appaiono Salman Ahmed e Didier Rabattu, rispettivamente Chief Investment Strategist e Head of Equities di Lombard Odier: «Se le tensioni dovessero intensificarsi significativamente nei prossimi giorni ci aspettiamo una forte reazione da parte degli investitori, esiste un potenziale per una correzione di oltre il 15% per le azioni cinesi e dei mercati emergenti e, a nostro avviso, anche un calo di circa il 5-7% delle azioni a livello globale». Comprensibile quindi che le Banche centrali restino in guardia: per cucire una toppa, secondo gli inguaribili ottimisti, oppure per dare una calcio alla lattina e rimandare al futuro l’inevitabile problema secondo chi invece non riesce a farsi una ragione per 10 anni di rally.

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