la crisi politica

Da Zingaretti a Cartabia, ecco il totoministri del governo Draghi

L’idea dei leader a sostegno della maggioranza, da Di Maio (M5S) a Tajani (Fi)

di Emilia Patta e Manuela Perrone

L’altro Draghi: storia privata di un leader

2' di lettura

Si profila un governo “modello Ciampi”: una rappresentanza politica ridotta, ma di peso, e tecnici d’area di alto livello. O almeno questa è l’interpretazione che danno i vertici dei partiti delle prime mosse del premier incaricato Mario Draghi. Interpretazione che forse è anche la loro speranza.

Cambio di rotta di Zingaretti

A rompere gli argini è stato ieri sera non a caso il segretario del Pd Nicola Zingaretti, che durante il Conte bis aveva sempre escluso con fermezza di voler lasciare la guida della Regione Lazio per entrare al governo. «Io ministro? Ne parleremo con il presidente Draghi e con il mio partito, ma faccio il presidente di Regione e faccio già grande fatica così», ha detto ospite di Otto e mezzo su La7. Una frase che conferma la sua disponibilità e anche l’impressione dei partiti che sia lo stesso Draghi a preferire una soluzione che coinvolga i leader per puntellare politicamente la maggioranza senza dover subire i veti e i controveti delle delegazioni.

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Il “nodo” del M5S

Le delegazioni potrebbero dunque essere ridotte al minimo: al massimo due ministeri per i partiti più grandi. Una ripartizione che di certo delude le aspettative sia del Pd sia del M5S, che speravano di ottenere più di una riconferma. Insieme a Zingaretti, dunque, i papabili tra i dem sono Dario Franceschini e Lorenzo Guerini.

Nel caso del M5S, la scelta si complica perché al vertice c’è un reggente, Vito Crimi, scaduto da mesi e la vera leadership è stata esercitata negli ultimi mesi da Luigi Di Maio, che aspira anche per questo alla riconferma. Forte anche del ruolo da lui giocato nelle ultime ore per riportare un M5S sotto choc e dilaniato in mille correnti nell’alveo della maggioranza europeista che si prefigura a sostegno di Draghi.

Ritorni, conferme e rinunce

Ma a contendere a Di Maio la leadership del Movimento è ora lo stesso premier uscente Giuseppe Conte, tanto che c’è chi ipotizza l’ingresso di entrambi pure per tenere il più possibile unito il gruppo parlamentare dei Cinque Stelle. Tra gli altri potenziali ministri pentastellati, circolano i nomi di Federico D’Incà, vicino al presidente della Camera Roberto Fico, e di Stefano Patuanelli, contiano e in ottimi rapporti con la delegazione uscente del Pd. Per Leu probabile la conferma di Roberto Speranza alla Salute. Quanto a Matteo Renzi, ha già detto pubblicamente di non voler entrare al governo perché «troppo divisivo». Ma è chiaro che l’ex premier non potrebbe sottrarsi a una richiesta esplicita da parte di Draghi.

Tecnici di alto livello

Il partito di Silvio Berlusconi, dal canto suo, ha già il candidato ottimale in questa cornice: il numero due di Forza Italia ed ex presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, in quota Ppe. Per il resto, Draghi sembrerebbe intenzionato a procedere di sua iniziativa nella scelta della squadra. Tra i nomi quelli di Daniele Franco all’Economia, sempre nel caso che non voglia tenere la delega per sé, di Marta Cartabia alla Giustizia e di Enrico Giovannini al Lavoro. Ai Rapporti con il Parlamento potrebbe invece andare Antonio Malaschini, già nella squadra del governo Monti.

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