studio del cesi

Dagli aeroporti alle partite di calcio: ecco perché i mini-droni sono diventati una grande minaccia

di Celestina Dominelli


Chiuso l'aeroporto di Gatwick per avvistamento di droni

4' di lettura

Per capire perché i mini-droni sono diventati una grande minaccia, basterebbe partire da un dato: i 25milioni di dollari di danni stimati per la cancellazione di oltre 800 voli all’aeroporto di Gatwick. Dove, lo scorso 19 dicembre, il traffico aereo è stato interrotto per oltre 36 ore a causa dell’intrusione di un numero non precisato di velivoli a pilotaggio remoto di piccole dimensioni (i mini-droni appunto) penetrati all’interno del perimetro dello scalo inglese. A distanza di tre settimane, la stessa dinamica si è poi ripetuta all’aeroporto di Heathrow, dove l’avvistamento di un mini-drone ha portato a bloccare il traffico per un’ora. In entrambi i casi, l’intrusione ha messo in luce la sostanziale incapacità del dispositivo di sicurezza dell’aeroporto di fronteggiare questa nuova minaccia, ma soprattutto è rimasta avvolta nel mistero sia rispetto all’identità che agli obiettivi del o degli operatori dei droni.

Lo studio del Cesi
Insomma, i droni (tecnicamente Uav-Unmanned Aerial Vehicle che sta per veicolo aereo senza equipaggio) rappresentano una nuova frontiera per la sicurezza e richiedono strategie di contrasto molto specifiche. In una puntuale analisi del Cesi (il Centro Studi Internazionali), appena pubblicata, dal titolo “Droni civili contro obiettivi sensibili e infrastrutture critiche: una nuova tipologia di minaccia”, Paolo Crippa, esperto di strategia militare e industria della difesa, esamina tutti i profili di rischio associati a questi dispositivi partendo proprio dai due episodi avvenuti negli scali britannici. «Due case studies estremamente preziosi - scrive l’analista - non solo per la Gran Bretagna, dal momento che contengono lezioni fondamentali per l’adeguamento dei sistemi di sicurezza pubblica al continuo evolversi delle minacce».

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Maglie legislative troppo larghe
Le maglie legislative, infatti, finora si sono rivelate inadeguate. Il caso inglese è emblematico: già nel novembre 2018, ricorda il Cesi, il Regno Unito, in linea con altri paesi europei aveva reso obbligatoria la registrazione di tutti i mini-droni a uso civile di peso compreso tra i 250 grammi e i 20 chilogrammi, nonché un certificato di competenze di volo da ottenere on line per tutti i futuri piloti. Poi, a luglio scorso, un’ulteriore legge aveva istituito una no-fly zone per i droni sugli aeroporti inglesi, ma ciò non è bastato. Al punto che, ricorda Crippa, le autorità inglesi starebbero valutando di estendere ulteriormente l’area di interdizione.

I punti di forza dei mini-droni
Ma perché è così difficile proteggersi da tali intrusioni? Il motivo è presto detto, come ricorda anche lo studio del Cesi. Si tratta di dispositivi facilmente reperibili che spesso sono acquistati per motivi ludici con poche centinaia di euro. Bisogna poi tenere conto che, evidenzia l’esperto, «che la maggior parte degli Uav è dotata di “geo-fences”, ovvero barriere virtuali, operanti tramite Gps, che impediscono ai droni di sorvolare luoghi sensibili quali aeroporti, ambasciate, basi militari o istituzioni pubbliche». Tuttavia, sottolinea lo stesso Crippa, «le geo-fences possono essere facilmente disabilitate tramite software anche da individui sprovvisti di competenze informatiche specialistiche».

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Ergo, la versatilità, la facilità d’impiego e la reperibilità rendono i droni una tecnologia particolarmente adatta ad azioni criminali e terroristiche. «Una delle principali modalità attraverso cui un mini-Uav può effettuare un attacco - osserva il Cesi - prevede la dispersione sulla folla di materiale esplosivo, chimico e batteriologico». La minaccia, insomma, è concreta. Al punto che, ricorda sempre l’esperto del Cesi, nel giugno dello scorso anno, in occasione dei Mondiali di calcio, l’Isis aveva diffuso un video in cui si paventava un attacco sistematico nei confronti degli stadi di Mosca tramite droni esplosivi. Ma gli esperti di sicurezza, ha spiegato Chris Eaton, ex responsabile della sicurezza della Fifa, in un articolo pubblicato a gennaio dal Daily Telegraph, si legge nello studio, «paventano da anni ormai questo tipo di rischio negli stadi». Ma la minaccia potrebbe abbattersi anche su un agglomerato urbano o una folla con conseguenze imprevedibili per l’integrità fisica delle persone.

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La risposta delle industrie
Fin qui, i possibili rischi. Ma come rispondono i governi e l’industria. La risposta di Crippa è molto chiara. Gli episodi negli scali inglesi pongono un tema di insufficiente strategia operativa rispetto a questo tipo di minaccia, ma sollevano anche un ulteriore interrogativo a cui dovranno rispondere gli Stati: cioè a quale componente dell’apparato di sicurezza nazionale affidare i compiti di contrasto ai velivoli a pilotaggio remoto. Quanto alle soluzioni tecnologiche, c’è un nutrito gruppo di aziende che ha messo a punto dei prodotti destinati in prima battuta a rispondere alle esigenze delle forze armate. Si va, ricorda Crippa, «dal sistema Drone Dome prodotto dall’israeliana Rafael Advanced Defence Systems di cui si sta dotando l’aeroporto di Gatwick all’Auds (Anti-Uav Defence System) schierato dal 22° reggimento in occasione del matrimonio del principe Harry e sviluppato da un consorzio di aziende inglesi.

Le soluzioni made in Italy: Falcon Shield e Adrian
E l’Italia? Due sono al momento le soluzioni made in Italy: il Falcon Shield sviluppato nel 2015 da Selex Es (oggi confluita in una delle divisioni di Leonardo) e il sistema Adrian (Anti DRone Interception Acquisition And Neutralization) del gruppo Elettronica della famiglia Benigni. Il primo, spiega l’esperto, «consente il rilevamento della minaccia in modalità multispettrale e, attraverso l’integrazione di una capacità di attacco elettronico, permette di acquisire il controllo di un drone e di condurlo a terra in modo sicuro». Il sistema targato Leonardo è stato utilizzato dalla Royal Air Force in risposta all’allarme droni nei due aeroporti londinesi. L’Adrian di Elettronica, scrive Crippa, «è appositamenteideato per l’impiego all’interno di aree particolarmente affollate, come possono essere piazze, stadi, aeroporti o altri obiettivi sensibili con il fine specifico di ridurre sensibilmente i rischi relativi al precipitare del velivolo colpito a terra».

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