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Dagli etruschi ad Andy Warhol, Milano apre il nuovo museo d’arte di Fondazione Rovati

L’architetto Mario Cucinella, con il suo studio MCA, ha firmato il recupero architettonico del palazzo di Corso Venezia che ospita la Fondazione Luigi Rovati, con l’ampliamento ipogeo e l’allestimento del Museo d’Arte che espone preziosi reperti etruschi e opere di arte contemporanea.

di Antonella Galli

Sala Warhol - Giovanni de Sandre per Fondazione Luigi Rovati

4' di lettura

Dal 7 settembre Milano ha un museo nuovo di zecca, in una delle più prestigiose aree del centro: è il Museo d’Arte della Fondazione Luigi Rovati, che ha sede in uno dei palazzi nobili di Corso Venezia, al civico 52, ex palazzo Bocconi, quindi Rizzoli. Definire semplicemente museo questa realtà culturale è riduttivo: la Fondazione Luigi Rovati, che nel palazzo ha sede, oltre all’attività museale con la collezione rara di cimeli etruschi e di opere contemporanee, organizza mostre, cicli di conferenze, seminari di studio e ricerca, iniziative sociali di promozione culturale e scientifica.

Il palazzo e la Fondazione

La Fondazione intitolata a Luigi Rovati, il medico monzese fondatore di Rottapharm scomparso nel 2019, è sostenuta di Fidim, holding di partecipazione della famiglia Rovati, ed è presieduta dal figlio Lucio e dalla moglie Giovanna Forlanelli, mentre Salvatore Settis è coordinatore del comitato scientifico. Il palazzo, risalente al 1871, dal 1888 fu proprietà della famiglia Bocconi, quindi nel 1958 passò ai Rizzoli, i cui eredi lo vendettero nel 2015 ai Rovati.
L’anno seguente nasce la Fondazione, che incarica MCA-Mario Cucinella Architects del progetto di recupero del palazzo, oltre che dell'ampliamento finalizzato ad ospitare la straordinaria raccolta di reperti etruschi della Fondazione, insieme alle opere della collezione contemporanea, che include lavori di Andy Warhol, Lucio Fontana, William Kentridge, Pablo Picasso, Arturo Martini, Luigi Ontani.

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Sala Ontani - Giovanni de Sandre per Fondazione Luigi Rovati

Il progetto e l’ampliamento

Il progetto di ampliamento ideato da Cucinella è ambizioso: un'area ipogea che si sviluppa per due livelli al di sotto del palazzo, destinata all'esposizione (primo livello) e all'archivio (secondo livello). L’area espositiva del primo livello richiama gli ambienti curvilinei delle architetture funerarie etrusche e presenta un involucro parietale stratificato, realizzato con 30.000 conci in Pietra Forte Fiorentina sabbiata.
I lavori, iniziati nell’agosto 2017 e realizzati seguendo il protocollo Leed, hanno previsto per l’area ipogea complesse opere di rinforzo strutturale e sottofondazione; l’intera operazione, giunta al termine a metà del 2022, ha consentito di aprire al pubblico le porte di un palazzo nobiliare conservato nei suoi apparati storici (inclusi gli interventi più recenti dell’architetto Filippo Perego), totalmente rimodernato in chiave sostenibile relativamente all’apparato impiantistico, alla coibentazione e ai serramenti, quindi arricchito di uno spazio ipogeo innovativo e altamente poetico, che entra in sinergia con le collezioni archeologiche e artistiche che ospita.

Il nuovo museo d’arte Fondazione Rovati

Il nuovo museo d’arte Fondazione Rovati

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«Non avevamo intenzione di realizzare un museo “a scatola” – racconta Mario Cucinella mentre scendiamo la scala in pietra che conduce agli spazi ipogei –. Non volevamo un contenitore asettico che mettesse in mostra le opere. Prima dell’invenzione dei musei l'arte era tra la gente, nelle case, nei luoghi pubblici o sacri. Volevamo costruire un’opera che diventasse parte del percorso emotivo del Museo. Questa raccolta di opere è talmente potente che andava associata a un'architettura avvolgente, che si ponesse al di là della contingenza per restituire il senso del tempo come flusso continuo». Queste riflessioni hanno portato l’architetto a disegnare uno spazio senza spigoli e senza giunture, dove tutto è linea curva: l’area ipogea è un continuum che si articola armoniosamente in tre sale circolari e in una grande ellittica, definita dalle pareti in conci di pietra disegnati uno a uno e sapientemente montati. I conci richiamano le stratificazioni della terra, ma non si toccano tra di loro, separati uno dall’altro da pochi millimetri di aria. Il segreto è nella struttura di sostegno, un telaio posteriore a cui ciascuno dei conci è ancorato. «Il lavoro di recupero delle pietre, omogenee tra loro, il taglio, il montaggio e la calibratura sono stati un’impresa degna di nota, le pietre sono sospese» continua l'architetto (che in questa fornitura ha avuto come partner la Casone Group di Firenzuola), come si può cogliere da una vetrata nella sala dedicata alle attività per i bambini, che consente una vista sul telaio retrostante le pareti. Da qui si comprende la complessa «regolazione a orologeria», come la definisce l’architetto, «per ciascuno dei conci, con specifici tiranti per stabilire orizzontalità e aggetto». Per Cucinella i riferimenti architettonici sono stati, senza dubbio, i tumuli funerari di Cerveteri, «anche perché sono le uniche architetture etrusche giunte sino a noi – spiega, ma mi sono ispirato anche a un riferimento moderno: il Museo del Tesoro della Cattedrale di San Lorenzo a Genova, progettato da Franco Albini e Franca Helg negli spazi sotterranei alle spalle dell’abside del Duomo, che per me, studente di architettura a Genova, costituiva un esempio imprescindibile, un vero gioiello».

Piano Ipogeo, Vivere in città (Giovanni de Sandre per Fondazione Luigi Rovati)

Lo spazio ipogeo

Nello spazio ipogeo l’illuminazione (iGuzzini) è calibrata in modo tale che l'attenzione dei visitatori si focalizzi naturalmente sulle teche, in cui le opere sembrano galleggiare. Le teche sono un altro esempio di ricerca ed eccellenza, appositamente progettate per questo spazio in collaborazione con Goppion, azienda italiana leader mondiale nel settore delle vetrine museali: «Un sistema innovativo da noi ideato consente di modificare l’orientamento delle luci attraverso un magnete, senza aprire le teche, per evitare qualsiasi rischio collegato alla manipolazione di oggetti tanto preziosi», conclude l’architetto. E lo sguardo scorre dal vaso in terracotta di Picasso ai contenitori etruschi per unguenti a testa di gallo, dalla Testa di Medusa di Arturo Martini al canopo del VII secolo a.C. con testa di guerriero, dalla testina di donna in bronzo dorato di Alberto Giacometti al sublime Guerriero Cernuschi, simbolo del museo, bronzo votivo di impareggiabile raffinatezza. Lo sguardo scorre tra opere antiche e contemporanee senza avvertire alcuna cesura, quasi annullando la distanza temporale che le separa – più di due millenni.Il percorso museale continua al piano nobile, dove il rapporto tra opere contemporanee ed antiche si inverte: le prime predominano, con lavori site specific, opere del Museo e opere in prestito, come la sorprendente Lanterne à quatre lumières del 1983 di Diego Giacometti, designer e artista, fratello minore di Alberto, con cui condivise per tutta la vita lo studio di scultura al 46 di rue Hippolyte-Mandron a Parigi. E proprio a Diego Giacometti la Fondazione dedicherà una mostra, la prima in Italia, nella primavera del 2023.

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