ALBERGHI

Dagli hotel toscani 2mila stanze per la lotta al coronavirus

Cancellate le crociere a Livorno, in ginocchio gli agriturismi, ancora chiusi stabilimenti e centri termali. Si punta ora sull'appeal del paesaggio, ma peserà la fuga dei visitatori stranieri

di Silvia Pieraccini

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Piazza dei Miracoli a Pisa. Le restrizioni introdotte per contrastare il coronavirus causeranno quest'anno un calo fino al 67% dei pernot-tamenti e fino al 75% del fatturato in Toscana

Cancellate le crociere a Livorno, in ginocchio gli agriturismi, ancora chiusi stabilimenti e centri termali. Si punta ora sull'appeal del paesaggio, ma peserà la fuga dei visitatori stranieri


4' di lettura

Export e turismo, turismo ed export: è stato il refrain dell’economia toscana negli ultimi dieci anni, quelli spesi a rialzarsi dalla crisi del 2008 grazie, appunto, alla manifattura esportatrice (arrivata al record di 42,7 miliardi di vendite estere nel 2019, +15,6%) e al turismo trainato dalla domanda internazionale: più della metà dei 48,5 milioni di pernottamenti 2019 è costituita da stranieri, esattamente il 54%.

L’export toscano l’anno scorso ha sfiorato il 40% del Pil, il turismo vale il 10-11% della ricchezza regionale o anche di più, a seconda del criterio adottato per il calcolo. Ora questi due pilastri sono caduti d’un tratto sotto i colpi dell’emergenza coronavirus, che ha aperto grandi timori: certa è ormai la deblacle di quest’anno sia sul fronte export che turismo, con le fabbriche in gran parte ancora chiuse (dal 25 marzo) per decreto governativo e tante strutture ricettive che, pur potendolo fare in base alla norme, non aprono e non apriranno neppure in estate per scarsità di clienti. Qualche decina di alberghi ha messo a disposizione le camere (circa duemila in tutta la regione) per i malati Covid-19 e per i sanitari che li curano e non vogliono stare in famiglia: incasseranno 30,90 euro (più Iva) a notte per camera, pagati dalle aziende sanitarie locali. «Meglio che nulla», affermano i titolari evocando un’economia di sussistenza.

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Cancellate le crociere a Livorno, in ginocchio gli agriturismi di cui la Toscana è leader (con 4.600 strutture e più di 65mila posti letto), ancora chiusi gli stabilimenti balneari, così come i centri termali. Gli effetti – compreso quelli a catena, sull’indotto di ristoranti, artigiani, cantine, musei, trasporti, esperienze – sono pesanti e hanno spinto gli operatori a chiedere misure di sostegno ulteriori rispetto a quelle previste finora dal Governo e dagli enti locali.

Uno studio dell’Irpet, l’istituto regionale per la programmazione economica della Toscana, ha appena calcolato che le restrizioni introdotte per contrastare la diffusione del coronavirus causeranno quest’anno un calo fino al 67% dei pernottamenti e fino al 75% del fatturato. Nello scenario più pessimistico previsto dai ricercatori il consumo turistico toscano si ridurrà di circa 7 miliardi (-71%).

Del resto la Toscana ha sì l’appeal del marchio, del paesaggio e dei contagi limitati rispetto alle regioni del Nord, ma ha anche caratteristiche che in questa fase di emergenza la penalizzano, a partire dalla forte presenza internazionale (sarà difficile che gli stranieri possano viaggiare in aereo quest’anno) e dal peso che qui assumono i segmenti balneare, congressuale, wedding, termale e città d’arte: tutti prodotti che, almeno sulla carta, avranno maggiori difficoltà ad applicare il distanziamento sociale rispetto alla campagna e alla montagna.

«Il rischio è di fare una stagione cortissima – spiega Giancarlo Carniani, alla guida degli albergatori di Confindustria Firenze – che potrà avere un impatto addirittura negativo sul bilancio delle aziende. La campagna sarà la prima a ripartire, e forse un po’ di turismo corporate si rivedrà in settembre, alimentato da chi si muove per lavoro anche se non potranno esserci eventi e meeting. Per il resto, non so proprio cosa accadrà. Viaggiamo a vista».

Le idee, proposte, soluzioni innovative per ripartire ancora scarseggiano, anche perché non sono chiare le regole da rispettare. Un’idea originale arriva da Elisabetta Fabri, presidente e amministratore delegato del gruppo alberghiero fiorentino Starhotels (30 alberghi a 4 e 5 stelle in Italia e a New York, Parigi e Londra con mille dipendenti e 4.200 camere): «I nostri governanti dovrebbero far pagare una tassa di 100 euro a chi viene in Italia: il nostro è il Paese più bello del mondo e chi vuol goderne dovrebbe farlo con rispetto, e non sfruttarlo».

Una proposta controcorrente nel momento in cui il problema è proprio quello di far tornare il turismo straniero: «Credo invece sia un’idea lungimirante, che non cambierà l’appeal dell’Italia nel mondo», spiega Fabri, pronta a ripartire con i suoi alberghi (il Cristallo Palace di Bergamo l’ha dato in comodato gratuito per ospitare malati Covid-19) offrendo garanzie di sicurezza ai clienti e una tariffa speciale per le famiglie italiane. «Utilizzeremo solo prodotti nazionali - aggiunge - per sostenere il made in Italy e valorizzare la filiera produttiva: ora dobbiamo aiutarci e fare le cose giuste per il nostro Paese».

Prova a guardare avanti anche il turismo all’aria aperta: «Proveremo a “difendere” l’estate da luglio in poi confortati dal fatto che, se il turismo sarà di prossimità, la Toscana potrà giocare un ruolo importante», dice Luca Belenghi, neo direttore generale del gruppo fiorentino Human Company, leader in Italia nei villaggi e campeggi con 9 strutture in Toscana, Veneto e Lazio. L’azienda sta studiando offerte-famiglia, formule di credito al consumo, modifica delle politiche di cancellazione per consentirle senza penali.

Su questo fronte, molti albergatori toscani (e italiani) hanno appena ingaggiato una dura battaglia contro le grandi agenzie di prenotazione online (Ota) come Booking, che hanno deciso di rimborsare i clienti che avevano prenotato prima della pandemia anche nel caso in cui fossero disponibili a riprogrammare la vacanza più avanti. Gli albergatori hanno ritirato l’addebito automatico in banca (il cosiddetto Rid) delle commissioni da versare alle Ota, e per adesso si sono tenuti i soldi in cassa. «Quando ripartiremo dovremo riscrivere le regole del settore», chiosa Carniani.

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