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Dai bar agli alberghi: gli aiuti (spesso a pioggia) non hanno arginato le crisi

Il sistema dei contributi Covid ha incontrato anche altre difficoltà, come i calcoli complessi e le scadenze corrette in corsa

di Lorenzo Pegorin e Gian Paolo Ranocchi

(DWP - stock.adobe.com)

3' di lettura

Dagli indennizzi per il calo dell’attività fino al tax credit sugli affitti. In questi due anni di pandemia sono stati disposti numerosi aiuti per cercare di tamponare l’emergenza economica e finanziaria delle imprese. Quanto sono stati efficaci gli aiuti? Difficile generalizzare.

I bonus hanno sostanzialmente percorso due direttrici. Una riferita al ristoro di alcuni costi specifici sostenuti per l’attività; l’altra attinente al calo subìto nei volumi di business. In entrambi i casi la scelta è stata quella di intervenire a favore di imprese (teoricamente) di piccole/medie dimensioni: ponendo – salvo qualche eccezione – un limite dimensionale di 5 milioni di euro di ricavi e così tagliando fuori dai contributi diretti imprese che, pur superando quella soglia, sono di fatto medio/piccole. È infatti evidente, ad esempio, che 5 milioni di euro di ricavi non hanno lo stesso peso per un concessionario di auto o un commerciante di scarpe.

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Costi, fatturati e redditività

Gli aiuti a ristoro dei costi (ben individuati) hanno riguardato tutte le partite Iva, ma con maggiorazioni per i comparti particolarmente colpiti dagli effetti economici della pandemia. Il tax credit locazioni ne è la rappresentazione plastica. Sono stati aiuti, però, spesso moderatamente efficaci, perché modesti sul piano quantitativo. E vincolati a quei determinati costi. Ad esempio, un’impresa alberghiera con un immobile di proprietà gravato da un mutuo impegnativo, sul fronte dei costi immobiliari non ha ottenuto alcun beneficio in termini di risparmio di spese (salvo, magari, la moratoria finanziaria delle rate di mutuo), al contrario di chi, invece, paga dei canoni di locazione.

Molto più cospicui, in diversi casi, sono stati i bonus calcolati sul fatturato. I contributi a fondo perduto sono stati in larga parte determinati sul calo mensile dei volumi Iva: per ragioni di “velocità” d’intervento (il dato è immediatamente disponibile) e in quanto elemento indicativo di un rallentamento dell’attività economica anche se non necessariamente sintomatico di una perdita effettiva di redditività. Per cercare di intercettare questa perturbazione, quindi, si è intervenuti anche con un contributo “perequativo” calcolato sul peggioramento del risultato economico e quindi volto a indennizzare meglio le perdite di redditività. Il tutto, man mano, individuando in maniera sempre più mirata gli effetti della crisi: puntando per esempio la tipologia di attività esercitata (codice Ateco), l’ubicazione territoriale (le zone rosse) e il periodo temporale (anno pandemico).

Troppe agevolazioni disperse

In questo contesto, la critica più fondata circa l’efficacia degli aiuti Covid può essere quella della “dispersione”: è un dato di fatto che, per aiutare tanti con contributi a pioggia e in alcuni casi anche un po’ irrazionali, non si sia riusciti ad aiutare meglio e più efficacemente coloro che ne avevano veramente bisogno. Non hanno poi di certo aiutato i calcoli complessi, le scadenze mal collocate (con annesse e successive proroghe), i richiami a definizioni e contenuti non sempre univoci (perché fatturato e non volume d’affari?). Ne ha risentito perfino il meccanismo di erogazione dei bonus da parte dell’Agenzia, con scarti e dinieghi non motivati sui quali per le imprese è stato difficile, se non impossibile, intervenire. La prossima frontiera sarà quella dei controlli. Per le indebite percezioni di aiuti di Stato il sistema sanzionatorio è particolarmente pesante. L’auspicio è che, in caso di errori, gli organi preposti tengano in debito conto il contesto di particolare incertezza e difficoltà interpretativa in cui le imprese hanno dovuto operare per poter fruire degli aiuti.

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