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Dai camici alle mascherine, le riconversioni di Brescia

M.a. Sanificazioni produce tessuti che vengono usati per le protezioni da virus

di Alessandro Barucco

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Molte riconversioni si sono sviluppate durante il primo lockdown

M.a. Sanificazioni produce tessuti che vengono usati per le protezioni da virus


3' di lettura

Made in Italy è stampato con una pressa ad ultrasuoni sulla mascherina. Anche se Made in Brescia non stonerebbe. Tra gli impianti di Dobos a Montirone, alle porte della Bassa bresciana, c’è una nuova macchina.

Per l’impresa che da 25 anni si occupa di automazione è stato un passaggio nato proprio durante il periodo del primo lockdown, spiega Alessandra Conforti, socia e moglie del titolare. «Il nostro paese, come tanti in Italia - ricorda - stava pagando un tributo elevatissimo in termini di mortalità. Una persona al giorno veniva uccisa da Covid 19, a volte anche di più. Abbiamo pensato che anche noi avremmo potuto dare una mano a combattere, con le nostre forze, questo virus e così si è deciso di capitalizzare la nostra esperienza nel settore dell’automazione». È stata così costruita una macchina che potesse garantire una produzione cospicua e giornaliera di mascherine chirurgiche. «Di fatto abbiamo riconvertito una parte della nostra azienda alla produzione di mascherine (oggi se ne realizzano su un turno di lavoro circa 10mila al giorno), che sono state poi sottoposte ai vari test di laboratorio e hanno ottenuto un punteggio elevatissimo in termini di efficacia di filtrazione batterica e traspirabilità e quindi sono state classificate di tipo 2».

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Anche M.A. Sanificazioni ha allargato il concetto della propria produzione. Nel giro di pochi mesi è passata dall’aspetto strettamente legato al primo core business aziendale, «basato su prodotti iscritti al Ministero della Sanità - spiega Alessandro Magetta, portavoce e leader del gruppo - alla produzione di tessuti italiani destinati alla protezione da Covid 19». «Di fatto l’idea di una graduale conversione ci è venuta durante il primo lockdown - prosegue -. Non si tratta solo di guadagno, ma di un preciso impegno sociale da parte nostra. Siamo bresciani e bergamaschi e abbiamo provato in prima persona il dramma sociale che ha rappresentato e sta rappresentando questa pandemia. Oggi siamo anche produttori di articoli come camici e tute protettive e abbiamo deciso di inserire nella produzione mascherine chirurgie e Ffp2».

M.A. ha sede di uffici e pianificazione logistico operativa a Cazzago San Martino, in Franciacorta. La sede legale è invece nella Bergamasca. Sono le due province che hanno subito nella prima fase della pandemia gli effetti più devastanti. Le decisioni aziendali in merito alla produzione sono state molto rapide e sono state superate diverse difficoltà tecniche e logistiche. La realizzazione è stata strutturata su due livelli. Il primo è del tutto locale: «Ci appoggiamo, sul nostro territorio, a laboratori appositi, organizzati per lo sviluppo di modelli campione: in questo modo, nella fase successiva di analisi del prodotto finito, possiamo valutarne ogni aspetto e poi, una volta approvato, passare alla produzione in serie». In Italia? «Purtroppo no, questo è un punto dolente: i costi erano troppo alti, ci avrebbero costretto a avere prezzi non competitivi, quindi, dopo una rapida ricognizione delle possibilità, la soluzione è stata creare una sinergia con un partner estero, che ha già una forza lavorativa di 230 persone».

Le idee non mancano per la start-up bresciana, come la voglia di intraprendere: «Abbiamo appena assunto una dottoressa laureata in chimica. Lei si occupa di sviluppo e upgrade dei prodotti, che poi vanno alla fase di progettazione. È molto importante per noi poterci muovere in questo senso. Ora abbiamo un grosso progetto, già in fase avanzata di studio, che ha a che fare con la protezione dei bambini più piccoli, dei neonati. Ci sono ancora parecchie fasi e test da prendere in considerazione prima di immetterlo sul mercato. Siamo comunque, fino ad oggi, molto soddisfatti, l’anno dovrebbe chiudersi con un fatturato di circa 1,3 milioni di euro».

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