il caso goriziane

Dai carri armati agli impianti oil & gas, campioni dell’offshore

La storica azienda friulana ha diversificato più volte: ora fattura 35 milioni di euro

di Carlo Andrea Finotto

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Uno degli interventi di Goriziane nel settore energetico

La storica azienda friulana ha diversificato più volte: ora fattura 35 milioni di euro


3' di lettura

Corre l’anno 1948: entra in vigore la Costituzione della Repubblica italiana, prende il via il Piano Marshall, nasce lo stato di Israele. Sparano al leader del Pci Palmiro Togliatti ma Gino Bartali vince il Tour e la rivoluzione non scoppia. Viene firmata la Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo. Il mondo si divide in due blocchi e l’Italia ha un ruolo geopolitico cruciale: confina con la Jugoslavia, quindi con l’Europa dell’Est sotto il controllo sovietico. La frontiera è delicatissima, Trieste e l’Istria non hanno ancora un destino del tutto definito.

Ecco, nel 1948 Antonio e Maria Zanin (che quest’anno avrebbe compiuto 100 anni) fondano il Consorzio officine meccaniche goriziane. Sono originari di Padova ma scelgono Gorizia perché è sul confine orientale che si concentra la maggior parte delle truppe e dei mezzi militari alleati e italiani. E il Consorzio «si occupa di riparazione, manutenzione e ammodernamento dei mezzi militari cingolati e ruotati» ricorda oggi Pierluigi Zanin, 69 anni, seconda generazione della famiglia, alla guida dell’azienda insieme alla sorella Carla, 76 anni e al fratello Massimo, 65.

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L’azienda cresce, le commesse arrivano dall’esercito e dalla marina: carri armati, camion, autoblindo, mezzi anfibi.

Poi un giorno alla guida dell’Urss arriva Michail Gorbachov che porta la glasnost e la perestroika. In un attimo l’Unione sovietica si sgretola e la Storia con la S maiuscola irrompe nella storia con la s minuscola: nel 1989 cade il muro di Berlino e di lì a poco la frontiera orientale italiana non sarà più strategica; il rischio è che truppe e mezzi si spostino altrove e con loro anche i contratti.

«Mio padre mi chiama. La crisi è seria. Io avevo una mia società di consulenza, ma decido di entrare in azienda e pensiamo alle contromisure». La situazione è delicatissima per il futuro dell’impresa: «Poco prima della caduta del muro – spiega Pier Luigi Zanin – la sede era stata trasferita e ampliata nell’area industriale di Villesse: 100mila metri quadrati totali, 30mila di stabilimento: oggi ci lavorano 130 persone. Un investimento importante e debiti cui far fronte. Serviva diversificare per non scomparire».

Così vede la luce quello che Zanin definisce il primo upgrade della società, che intanto semplifica il nome in Goriziane: «Guardiamo alle opportunità del settore oil & gas, iniziamo con il fornire manutenzione e riparazione per i mezzi di trasporto e poi passiamo anche a macchinari e impianti». È una rivoluzione, perché l’azienda si deve attrezzare per offrire assistenza sul campo dove sorgono i grandi progetti. Soprattutto in Medio Oriente, ma non solo. Goriziane ottiene contratti da gruppi come Saipem, Eni, Snam.

Il rapporto con i partner si consolida e quando i progetti finiscono i macchinari vengono inviati a Villesse per la manutenzione. «Noi non stiamo mai fermi – confessa Pierluigi Zanin – così riflettiamo sul fatto che all’epoca quasi nessuno costruisce macchinari e impianti per oil & gas fuori dagli Usa. Decidiamo di iniziare a produrli anche noi: era il 1995».

Passa una decina d’anni e Goriziane si consolida come uno dei big mondiali del comparto, in particolare per i grandi progetti onshore. «Sono commesse nell’ordine dei 500-700mila euro ciascuna» spiega Zanin. Non basta: nel 2005 l’azienda friulana decide di fare un ulteriore passo in avanti. «Una cosa è un oleodotto su terra, un’altra è realizzarlo in mare». In questo caso vengono impiegate navi posatubi molto sofisticate, in grado di manovrare e posizionare segmenti di oleodotto fino a 3mila metri di profondità. «Noi ci evolviamo offrendo la realizzazione degli impianti molto complessi che vengono installati sulle navi». Uno degli ultimi contratti ottenuti da Goriziane è stato quello con il gruppo cinese Yantai per equipaggiare una nave posatubi, per un valore di 40 milioni di euro circa.

Nell’ultimo anno il settore petrolifero è entrato in crisi e il suo futuro è incerto vista la globale svolta verso fonti sostenibili e rinnovabili. Così, dice Pierluigi Zanin, «stiamo cercando di farci trovare pronti e l’anno scorso abbiamo portato a casa un lavoro da 5 milioni di euro legato all’eolico offshore».

Oggi l’azienda fattura circa 35 milioni di euro, divisi equamente tra settore militare e civile, quest’ultimo fortemente orientato all’export che vale circa l’80% della quota. Una prova ulteriore dell’internazionalizzazione della meccanica made in Italy arriva dalla commessa in corso: «Stiamo caricando due navi di nostri macchinari per una pipeline onshore in fase di realizzazione in Canada. Per le società canadesi che ci lavorano sarebbe molto più comodo rifornirsi negli Usa, invece hanno preferito noi, a conferma che l’industria italiana non è seconda a nessuno. È un contratto da 2 milioni di euro e i macchinari arriveranno a destinazione in Alberta in 45 giorni: si tratta di trasporti eccezionali via mare e via terra».

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