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Dai crediti forestali un tesoretto di liquidità da investire nelle terre alte

di Barbara Ganz

4' di lettura

C’è un tesoro nascosto nelle foreste del NordEst (e non solo): una riserva di liquidità, oltre che di ossigeno, che si potrebbe trasformare in risorse da investire. Il tutto in perfetta coerenza con l’obiettivo di contenimento dell’incremento della temperatura media del Pianeta al 2050 in 1,5 gradi Celsius, come da obiettivi degli Accordi COP26 di Glasgow supportati dal Green New Deal Eu e dalle Transizioni Ecologiche dei Pnrr dei 27 Paesi membri dell’Unione europea.

La strada passa per l’attivazione di un mercato volontario di crediti di carbonio forestali, e la proposta messa a punto in un anno di lavoro - dettagliata e già trasmessa al ministero - è firmata da Francesco De Bettin, ingegnere e imprenditore, presidente del Consiglio di amministrazione presso Dba Group (azienda di infrastrutture (dall’ambito energetico alla logistica) e Dario Bond, deputato di Forza Italia. Il modello è quello che si è attivato dopo gli accordi di Kyoto. In sostanza, ci sono due modi per ridurre l’anidride carbonica in atmosfera: ridurre la sua emissione – cioè “sporcare meno” - o assorbirne una maggiore quantità attraverso i processi di fotosintesi, salvaguardando e incentivando l’incremento di praterie stabili, alpeggi, foreste, boschi urbani, zone umide: in altre parole, “pulire di più”.

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«L’assorbimento dell’anidride carbonica da parte dei vegetali attraverso il processo di fotosintesi la segrega in modo stabile attraverso la produzione di biomassa e ha come effetto collaterale la produzione di ossigeno - si legge nel documento -. Dopo il protocollo di Kyoto ha preso il via il mercato dei crediti di carbonio che, in sintesi, prevede che i soggetti che inquinano e non riescano a contenere le emissioni nei limiti assegnati possano “comprare” il diritto a inquinare dai soggetti più virtuosi che, al contrario, dimostrino di inquinare meno rispetto alla soglia massima a loro assegnata». Così fanno ad esempio le compagnie aeree, per le quali non è possibile semplicemente inquinare meno, ma anche le molte aziende che reclamizzano i propri prodotti “a impatto zero».

Il credito di carbonio è dunque un termine generico che identifica qualsiasi certificato negoziabile su appositi mercati o qualsiasi autorizzazione (da parte di Autorità pubbliche preposte) che consenta ad un soggetto privato o pubblico di emettere in atmosfera una tonnellata di anidride carbonica o la quantità equivalente di un diverso gas serra. Un credito è pari a una tonnellata di anidride carbonica, o - in alcuni mercati - di gas equivalenti. I limiti alle emissioni hanno fatto nascere due mercati dei crediti di carbonio: il mercato regolamentato Eu Ets , dedicato al trading elettronico tra operatori europei qualificati e obbligati a rispettare le quote di emissioni annuali loro assegnate, e il mercato volontario, libero da vincoli regolatori e dedicato a tutti i “compratori” che, su base volontaria, desiderino diminuire la loro impronta di carbonio al fine di rendere più sostenibili ed ecologiche le loro attività attraverso l’acquisto di crediti di carbonio generati o da “riduzione di emissioni atmosfera” (crediti di carbonio urbano) o da “assorbimento in atmosfera” (crediti di carbonio forestale o agrosilvopastorale). Il mercato volontario si è attivato dopo gli Accordi di Parigi del dicembre 2015 nel settore dell’agricoltura, degli allevamenti intensivi e delle foreste e rappresenta oggi una realtà economica fondamentale per imprese, privati e istituzioni che vogliano dimostrare il proprio impegno e volontà nel contrastare il cambiamento climatico. A differenza dell’Ee Ets, sul mercato volontario il valore economico dell’investimento volontario da realizzare per compensare l’emissione prodotta viene calcolato in relazione al prezzo di mercato dei crediti di carbonio che scaturisce da negoziazioni one to one. Attualmente il mercato volontario esiste ed è una opportunità, ma non è regolamentato: si procede a buon senso, ma senza regole certe. Per questo occorre creare un registro dei crediti di carbonio nazionale e un regolamento che ne detti le modalità di utilizzo.

Che cosa significherebbe questo per la montagna? La superficie forestale rilevata dall’inventario nazionale delle foreste e dei serbatoi forestali di carbonio 2021 è pari a oltre 11 milioni di ettari, di cui il 35% circa nei territori montani. Considerato che un ettaro di foresta può assorbire tra 20 e 60 tonnellate/anno di CO2 atmosferica in relazione alle diverse specie arboree presenti, la stima degli assorbimenti da foreste e boschi è compresa tra 77 milioni e 232 milioni di tonnellate/anno di CO2. Ipotizzando che l’assorbimento di carbonio da parte delle foreste del Paese coltivate con piani forestali certificati corrisponda al 100 milioni di tonnellate di anidride carbonica all’anno e che il mercato volontario compri il credito di carbonio corrispondente a una tonnellata mediamente 20 euro, si ottiene un potenziale giro d’affari annuo nell’ordine dei 2 miliardi da parte dei proprietari di boschi e foreste e un introito per l’Erario all’incirca pari a 0,44 miliardi per Iva e di 0,52 milioni per tasse. «Solo per il Comelico si tratta di 22mila ettari - sottolinea De Bettin - attivare questo mercato significa liberare una grande quantità di risorse e far nascere progetti associati di gestione delle foreste con aggregazioni fra pubblico e privato». Attualmente il 65% della superficie forestale nazionale è di proprietà privata e meno del 25% di proprietà dei singoli Comuni; solo il 15% di tutta la superficie forestale nazionale possiede un piano di gestione forestale vigente.

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