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Dai dazi di Trump alle carenze di sabbia, ecco gli ostacoli che potrebbero frenare il petrolio Usa

di Sissi Bellomo

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Reuters


3' di lettura

È stato tra i primi a credere nello shale oil, ora è tra i primi a dubitare del suo futuro. Da qualche tempo Mark Papa, che al timone di Eog Resources è diventato una vera e propria leggenda del settore, non perde occasione per raffreddare l’entusiasmo imperante sulle sorti dell’industria petrolifera americana. Lo sta facendo anche in questi giorni, intervenendo alla Cera Week di Houston, in Texas, uno dei maggiori convegni mondiali dedicati all’Oil & Gas. E molto probabilmente l’ha fatto anche durante la cena con alcuni esponenti dell’Opec, che si è tenuta a margine dell’evento.

«Il mercato del petrolio è fuori strada, qualcuno dovrà pure parlare apertamente», si è sfogato Papa con il Wall Street Journal, contestando l’eccessivo ottimismo sulla produzione Usa, che a suo parere difficilmente riuscirà a mantenere l’attuale ritmo di crescita.

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Gli Stati Uniti hanno di recente superato quota 10 milioni di barili al giorno, un record dal 1970, e l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) prevede che entro 5 anni saranno in grado di estrarre più di 12 mbg, sorpassando non solo l’Arabia Saudita ma anche la Russia. Secondo il governo Usa il traguardo degli 11 mbg sarà tagliato già a ottobre. Eppure all’orizzonte si intravvede qualche segnale di difficoltà.

Un mese fa Halliburton, colosso dei servizi petroliferi, ha sorpreso il mercato con un profit warning legato alla carenza di sabbia per il fracking. Diverse altre voci di costo stanno salendo, a cominciare dalla manodopera. E ora un altro ostacolo potrebbe ora arrivare dalle politiche protezioniste di Donald Trump, che pure è uno dei maggiori fans del petrolio «made in Usa»

I dazi del 25% appena annunciati sull’acciaio sono una minaccia per l’industria petrolifera, che impiega qualità di metallo scarsamente reperibili negli Usa. Uno studio commissionato da associazioni di categoria evidenzia che in anni recenti il 77% dell’acciaio utilizzato per costruire oleodotti e gasdotti era di importazione.

Il costo di materiali e componenti potrebbe ora lievitare di un quarto, scoraggiando la costruzione di pipeline che invece sono assolutamente necessarie per riuscire ad accompagnare lo sviluppo dei giacimenti, favorendo l’esportazione di petrolio e gas dagli Usa.

Altri tubi sono indispensabili per “spostare” il gas associato che in quantità crescenti viene prodotto insieme allo shale oil: a Permian è così tanto che non si sa più come gestirlo (nonostante si faccia ricorso alla pratica, altamente inquinante, del flaring). Secondo gli analisti di Sanford C. Bernstein c’è il rischio di dover frenare le estrazioni se non si costruiranno in fretta gasdotti verso il Messico.

La maggior parte delle previsioni sullo sviluppo dello shale oil restano comunque mirabolanti. E le Cassandre devono alzare la voce per farsi sentire, persino quando sono autorevoli come Mike Papa.

L’ingegnere, che a settant’anni è tornato a guidare una compagnia petrolifera, la Centennial Resource Development, era controcorrente anche nel 2011, quando iniziò a disimpegnarsi dallo shale gas per applicare le tecniche del fracking alla ricerca di petrolio: una scelta all’epoca contestata da molti esperti ma che si rivelò vincente.

Eog – comprata per un tozzo di pane da Enron poco prima del fallimento –oggi è una delle poche società dello shale oil con il bilancio in utile e si è guadagnata il soprannome di «Apple del petrolio» per la capacità di sfruttare le tecnologie più avanzate nella ricerca di idrocarburi.

Sono stati i frackers, afferma Papa in una presentazione, a «creare l’impressione che la produzione Usa di shale oil non abbia limiti». In realtà le aree migliori a Bakken e Eagle Ford sono ormai state sfruttate, e tutta la crescita resta affidata a Permian: i frackers sono arrivati un po’ più tardi nella shale play dei miracoli, che oggi produce da sola 3 mbg, ma in futuro il ritmo di crescita dovrebbe rallentare, proprio come è successo altrove.

«In questo momento ho un’opinione minoritaria», riconosce Papa. «Ma sono fortemente convinto che nel giro di un anno o due i fatti mi daranno ragione».

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