Criminalità

Dai Nebrodi al Catanese, il volto moderno della mafia dei pascoli

L’inchiesta della magistratura messinese svela la struttura delle cosche in grado di costruire solide relazioni con i colletti bianchi

di Nino Amadore

Dai Nebrodi al catanese, il volto moderno della mafia dei pascoli

L’inchiesta della magistratura messinese svela la struttura delle cosche in grado di costruire solide relazioni con i colletti bianchi


3' di lettura

La mafia dei pascoli ha fatto affari per anni grazie alla collusione di colletti bianchi, politici, rappresentanti del mondo sindacale o parasindacale. Una mafia vecchia ma sempre nuova, in grado di reinventarsi e reinventare il business. Collusioni che hanno consentito ai mafiosi dei Nebrodi di estendere il loro controllo su mezza Sicilia.

Una mafia dei pascoli spesso sottovalutata ma protagonista e centrale nelle reti sociali, politiche ed economiche in un’area della Sicilia, quella dei Nebrodi, spesso dimenticata. Una mafia in condizione di espandere il proprio dominio su altre aree: dall’Ennese al Catanese.  Al centro di tutto l’affare dei terreni, dei pascoli e soprattutto le truffe all’Unione europea. Possiamo sintetizzare così il senso della maxi operazione portata a segno da carabinieri e Guardia di finanza con il coordinamento della Procura antimafia di Messina guidata da Maurizio De Lucia. 

Una inchiesta che cristallizza la nuova struttura della Cosa nostra dei tortoriciani, i terribili clan di Tortorici nel messinese che hanno messo a ferro e fuoco la provincia di Messina all’inizio degli anni Novanta. Sembravano azzerati da operazioni come Mare nostrum a metà degli anni Novanta. Ma non erano affatto spariti, anzi tutt’altro. Questa inchiesta fissa nero su bianco il valore del protocollo che porta il nome dell’ex presidente del Parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci: un protocollo diventato legge che sbarra la strada all’accaparramento mafioso dei terreni agricoli e dunque attraverso questi dei contributi dell’Unione europea tramite l’Agea. Antoci, vittima di un attentato mafioso a maggio del 2016, e vittima soprattutto di maldicenze, veleni, spifferi a volte anche calunniosi come spesso succede in Sicilia negli affari di mafia.

All’attentato, in quella terribile notte del 18 maggio 2016, il gip Salvatore Mastroeni che ha firmato l’ordine di custodia cautelare, dedica un passaggio che appare rilevante soprattutto alla luce dei presunti misteri che qualcuno ha voluto stendere su quell’attentato: «Nel contesto che emerge nella presente indagine di truffe milionarie e di furto mafioso del territorio si trovano aspetti di significazione probatoria e chiavi di lettura di quell’attentato. Antoci si è posto in contrasto con interessi milionari della mafia».

A ben vedere tra gli arrestati e gli indagati di questa inchiesta si può notare la tradizionale mafia rurale che negli anni si è evoluta grazie al sostegno di colletti bianchi (nell’inchiesta è coinvolto un notaio), di politici, di strutture sindacali o parasindacali (i Centri di assistenza agricola). Non è certo una novità per la mafia dei pascoli (come giustamente ha ricordato un cronista di lunga storia come Nuccio Anselmo nel libro che della mafia dei pascoli porta il titolo) né per la mafia dei Nebrodi a partire dagli anni Cinquanta, dal latifondo contro il quale si scagliò, a Tusa, l’assessore socialista Carmelo Battaglia ammazzato nel 1966 come un cane mentre si trovava in campagna a lavorare .

Una mafia spesso dimenticata e che oggi si presenta con la sua faccia «ultramoderna - dicono i magistrati - con un controllo del territorio capillare, una mafia che punta sempre più alla terra perché, in base alla quantità di possesso, arrivano i finanziamenti. Un meccanismo che in Sicilia ha inquinato l’inter0 sistema di assegnazione e compravendita dei terreni».

Terreni della Regione, dei Comuni, di ignari cittadini utilizzati dai mafiosi per lucrare sui fondi europei. Con la connivenza, ovviamente, dei Centri di assistenza agricola, che davano informazioni sulle particelle non utilizzate ai fini dei finanziamenti Ue «una informazione di primaria importanza - scrivono i magistrati per i sodalizi mafiosi, in grado in tal modo di effettuare una appropriazione indebita virtuale, a proprio vantaggio, di tali terreni, rappresentandoli quali titoli di proprietà spettanza a insaputa dei reali proprietari e con un rischio minimo di duplicazione di domande e sovvenzioni sulla medesima particella. Ancor più sicura è l’esibizione, nelle domande uniche di pagamento, di terreni appartenenti a soggetti già deceduti» .

Per approfondire:
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Mafie, sotto assedio i patrimoni: dal 2015 sottratti 18 miliardi alla criminalità

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