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Dai pascoli alla corsa all’oro: il grande saccheggio che brucia il cuore dell’Amazzonia

Pascoli, terreni coltivabili, pepite d’oro e filoni ricchi di ferro, rame, bauxite e altri minerali. Le ricchezze che da decenni sono sottratte alla foresta amazzonica sono la causa principale della degradazione di un territorio giunta al culmine con gli incendi

di Sissi Bellomo


Ecco le cause del saccheggio dell’Amazzonia

4' di lettura

Pascoli, prima di tutto. Ma anche terreni coltivabili, pepite d’oro e filoni ricchi di ferro, rame, bauxite e altri minerali. Le ricchezze che da decenni vengono sottratte alla foresta amazzonica sono la causa principale della degradazione di un territorio che sembra giunta al culmine con gli incendi di quest’estate in Brasile.

I focolai che continuano a moltiplicarsi in quello che è considerato il polmone verde del mondo vengono liquidati come fatalità stagionali da Jair Bolsonaro, il presidente della Repubblica sudamericana, che ha respinto con sdegno la proposta di un piano del G7 per la difesa dell’Amazzonia. Ma credere alla sua buona fede è difficile. Soprattutto da quando ha licenziato in tronco il presidente dell’agenzia spaziale brasiliana, l’Inpe, “colpevole” di aver mostrato la coincidenza tra la sua ascesa al potere e un vertiginoso aumento delle aree di foresta pluviale distrutte dalle fiamme.

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Le immagini satellitari raccolte dall’ente – considerato estremamente autorevole dalla comunità scientifica mondiale – evidenziano che quest’anno (fino al 24 agosto) sono scoppiati 41.858 incendi nell’Amazzonia brasiliana, l’89% in più rispetto al 2018 e un record dal 2010.

La stessa Inpe stima che nei primi sette mesi del 2019 la deforestazione abbia colpito un’area di almeno 3.700 km quadrati, più grande della Valle d’Aosta. Si tratta di un aumento di oltre il 15% su base annua, il primo da lungo tempo.

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Tra il 2004 e il 2018 il tasso di deforestazione in Brasile si era ridotto del 72%. Poi è arrivato Bolsonaro. Il nuovo presidente, che la stampa latinoamericana ha soprannominato «il Trump dei Tropici», è in carica da gennaio, dopo aver vinto le elezioni con un programma impostato sull’obiettivo di sfruttare maggiormente le risorse agricole e minerarie del Paese, anche a costo di sacrificare le tutele ambientali.

In diverse occasioni pubbliche Bolsonaro ha invitato gli imprenditori a non preoccuparsi delle leggi a difesa del territorio, promettendone una revisione e rassicurando sul fatto che nel frattempo lo Stato avrà mano leggera nel punire eventuali violazioni.

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Tra i piani del presidente c’è anche l’apertura alle esplorazioni minerarie della Riserva nazionale del rame e associati (Renca), un’area dell’Amazzonia che si estende per oltre 45mila km quadrati, all’incirca quanto la Danimarca: un progetto già sostenuto dal suo predecessore Michel Temer, che però aveva fatto marcia indietro dopo le proteste degli ambientalisti e degli indigeni dell’Amazzonia.

«La Renca è nostra – ha dichiarato Bolsonaro in tv –. Utilizziamo le ricchezze che Dio ci ha dato per il benessere della nostra popolazione. Non avrete problemi né dal ministero dell’Ambiente, né da quello delle Miniere e dell’energia, né da nessun altro».

Lo sfruttamento minerario finora non è stato tra le maggiori cause di deforestazione dell’Amazzonia, anche se una recente ricerca dell’Università del Vermont (Usa), ha rivalutato il suo impatto. Le operazioni estrattive in senso stretto – tra cui la miniera di ferro di Carajas, la più grande del mondo, controllata da Vale (la stessa società della diga che ha provocato una strage nel Minas Gerais) – sono responsabili dell’1-2% della deforestazione, che dagli anni ’70 a oggi in tutta l’Amazzonia ha superato 1,4 milioni di ettari.

Tuttavia, se si considera non solo il sito estrattivo ma anche l’indotto, la percentuale per il solo Brasile sale al 9,2% secondo lo studio, che si è focalizzato su 50 progetti minerari e sui loro effetti tra il 2005-2015, scoprendo che i danni si sono verificati fino a 70 km di distanza dalle aree coperte da licenze estrattive.

Tra strade, ferrovie, villaggi per i minatori e apertura di nuove vie di accesso alla foresta per allevatori e agricoltori, l’industria mineraria si è «mangiata» 11.670 km quadrati di Amazzonia brasiliana. E questo senza contare tutte le attività dei minatori abusivi, i garimpeiros, che in questo Paese (e ancora di più altrove) si sono resi responsabili di gravi danni ambientali. La corsa all’oro ha reso il dipartimento Madre de Dios in Perù una delle zone a maggior degrado dell’intera Amazzonia.

Tutto questo è niente, però, in confronto a ciò che ha fatto l’allevamento. Si stima che per oltre il 70% la deforestazione sia stata provocata dalla ricerca di pascoli per nutrire le mandrie di bovini, che in Brasile si sono moltiplicate in modo esponenziale, arrivando a contare qualcosa come 200 milioni di capi.

Il Paese è oggi il maggior esportatore di carni al mondo, con circa un quarto del mercato totale: 1,64 milioni di tonnellate nel 2018 (+11%), che hanno generato entrate per 6,57 miliardi di dollari secondo l’Abiec, l’associazione locale di categoria. Anche i pellami sono una voce di esportazione sempre più importante (oltre che redditizia).

Strettamente legata al boom dei consumi di carne nel mondo – perché in gran parte è destinata ai mangimi – è la corsa a estendere le coltivazioni di soia. Il Brasile, ricorda il Climate Observatory, ha aumentato la produzione del legume del 312% tra il 1991 e il 2017, estendendo le coltivazioni del 61%, in buona parte a scapito della foresta amazzonica.

Il Paese ha strappato agli Usa il primato nelle esportazioni di soia e le sue forniture alla Cina, grazie alla guerra dei dazi tra Washington e Pechino, continuano a crescere. Per la prossima stagione l’Usda prevede un raccolto di 124 milioni di tonnellate (+9%).

Anche il mais, altra coltura in forte crescita in Brasile, sta sottraendo terreni alla foresta pluviale. Mentre in passato l’ha fatto la canna da zucchero, di cui il Paese è primo produttore al mondo. Minore l’impatto provocato del caffè, che cresce meglio ad altitudini più elevate.

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