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Dai soci europei di Gazprom 4,8 miliardi di euro per Nord Stream 2

di Sissi Bellomo

Alexei Miller (Afp)

3' di lettura

Usciti dalla porta della joint venture, i soci europei di Gazprom rientrano dalla finestra con 4,75 miliardi di euro messi a disposizione per finanziare Nord Stream 2, il raddoppio del gasdotto che collega Russia e Germania passando sotto il Mar Baltico.

Il progetto è fumo negli occhi per molti Paesi dell’Est, guidati dalla Polonia. E non piace nemmeno alla Commissione europea, che teme un ulteriore rafforzamento del predominio di Mosca nelle forniture energetiche al Vecchio continente. Bruxelles non è però riuscita a trovare basi legali per opporsi e ora rischia di veder sfumare anche la speranza di vederlo realizzare dopo il 2019, anno in cui scadranno i contratti di transito del gas russo in Ucraina. È Kiev infatti che avrà maggiormente da perdere, quando la pipeline da 55 miliardi di metri cubi l’anno (parallela ad una altrettanto capiente) entrerà in funzione. Di converso sarà la Germania a “vincere”, rafforzandosi come hub europeo del gas a scapito (anche) dell’Italia.

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Gli alleati di Gazprom – la francese Engie , l’austriaca Omv , l’anglo-olandese Shell e le tedesche Uniper e Wintershall – l’estate scorsa avevano dovuto abbandonare il consorzio Nord Stream 2 per l’opposizione dell’antitrust polacca. Ma non sono mai uscite davvero di scena. E adesso hanno sparigliato, gettando le basi perché il gasdotto sia costruito davvero entro i tempi previsti da Mosca, ossia «entro fine 2019»: le cinque società finanzieranno fino a metà dell’opera, che oggi è stimata costare 9,5 miliardi di euro, con un prestito ripartito in parti uguali.

Nel dettaglio, spiega Shell, ciascuna aprirà una linea di credito di lungo termine da 285 milioni che dovrebbe essere utilizzata nel 2017 (almeno 4 miliardi sono già stati spesi, in gran parte per acquistare i tubi da posare sui fondali marini). In seguito gli ex soci, ora definiti «sponsor del progetto», metteranno sul piatto altro denaro: fino a 665 milioni ciascuno, «a copertura di una combinazone di garanzie e finanziamenti di breve e lungo termine». L’effettivo impiego di questa seconda tranche, specifica la stessa Shell, «dipenderà dalle future decisioni di Nord Stream 2 Ag riguardo al finanziamento complessivo del progetto».

Non è chiaro al momento quale contropartita si siano aggiudicate le società europee finanziatrici del gasdotto. Tutte rimangono infatti fuori da Nord Stream 2 Ag , l’ex consorzio con sede in Svizzera che dallo scorso luglio è al 100% in mano ai russi: «Gazprom è e resterà l’unico azionista», specifica il comunicato congiunto.

La volontà di forzare la mano ale autorità di Bruxelles, mettendole di fronte al fatto compiuto, è piuttosto evidente. E i promotori del gasdotto non hanno fatto nulla per dissimularla. «L’impegno finanziario delle compagnie europee sottolinea l’importanza strategica di Nord Stream 2 per il mercato europeo del gas», recita il comunicato, spiegando che il gasdotto contribuirà «alla competitività e anche alla sicurezza energetica nel medio e lungo termine». Per il ceo di Gazprom Alexei Miller la partecipazione di alcuni big europei dell’energia «è il simbolo che Nord Stream 2 sarà una rotta di trasporto affidabile per la sicurezza delle forniture di gas russo all’Europa».

La Commissione Ue lo scorso 13 marzo ha concluso l’istruttoria antitrust contro Gazprom, accettando l’impegno della società a mettere fine ai comportamenti anticoncorrenziali che le erano stati contestati in otto Paesi dell’Europa orientale. Non è tuttavia scontato che al termine del periodo di consultazione pubblica, che scadrà il 4 maggio, l’ipotesi di accordo venga approvata.

Per quanto riguarda il Nord Stream 2 resta aperta anche la questione dell’utilizzo di Opal, gasdotto cruciale per la distribuzione delle forniture aggiuntive al mercato europeo: Bruxelles lo scorso ottobre aveva concesso a Gazprom un maggiore utilizzo della capacità, ma la decisione è stata sospesa dopo un ricorso della Polonia alla Corte di giustizia europea Altre difficoltà potrebbero inoltre arrivare da Danimarca, Svezia e Finlandia, che devono autorizzare la costruzione di Nord Stream 2 nelle loro acque territoriali. Copenhagen in particolare sta valutando una modifica alle leggi, per consentire un divieto anche su basi geopolitiche.

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