La sfida di Internet

Dai social network ad Amazon legali in rete a caccia di nuovi affari

<span class="bold-nellocchiello"/>Professionisti in ritardo sulle strategie di marketing online: fino al 2015 la deontologia limitava l’uso del web per scopi pubblicitari. Oggi però non basta esserci: bisogna sapere cosa comunicare

di Flavia Landolfi


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4' di lettura

Non è stato tutto rose e fiori il rapporto tra avvocati e social media. Complice il Codice deontologico che fino al 2015 vietava la presenza delle toghe su Facebook, Twitter, LinkedIn e Instagram a scopi pubblicitari. Uno stop per altro che ha riguardato anche l’uso dei siti internet costruiti con Wordpress e con la sola eccezione di quelli con dominio proprio: tradotto, la quasi totalità del web in uso oggi. Poi la svolta: una modifica al testo di disciplina ha aperto le porte alle frontiere “social”, sempre nei limiti del decoro professionale, com’è logico che sia. Fatto sta che ciò che oggi è diventato lecito rappresenta, a detta di tutti, un’occasione imperdibile per promuovere lo studio e più concretamente fidelizzare i vecchi clienti e attirarne di nuovi. Basti pensare che in questa direzione si è mosso anche Amazon: il gigante dell’e-commerce si è lanciato sul mercato del copyright offrendo, dal mese scorso, consulenti aziendali specializzati in marchi e brevetti.

«Quella offerta dai social è una grande opportunità per tutte le professioni ma in particolare per quella forense - dice Antonio De Angelis, neopresidente dell’Aiga, l’associazione italiana dei giovani avvocati - e questo per la peculiarità dei rapporti con i privati che sono abituali frequentatori dei social media». Ma c’è un ma. «L’uso professionale di questi strumenti è ancora poco diffuso, perché nonostante l’apertura del Codice deontologico non si è ancora superato il timore di utilizzare uno strumento che in qualche modo è ancora percepito come potenzialmente lesivo del decoro professionale». La frenata insomma sta facendo sentire ancora i suoi effetti. «Personalmente uso i social per la mia attività di avvocato amministrativista - conclude De Angelis - e oggi ho più di 21mila followers: il 50% dei miei clienti mi ha raggiunto così, navigando in rete». E infatti chi maneggia Facebook, Twitter, LinkedIn e Instagram sa bene che sono treni da prendere al volo.

«Ci sono due ambiti nei quali gli avvocati - spiega Andrea Albanese, social media manager e formatore su questi temi proprio per i professionisti - possono trarre vantaggi dall’uso dei social: la comunicazione e il marketing. Il primo, se ben utilizzato, fa sì che chi ti legge capisca che quello studio legale o quel professionista è competente, mentre il marketing porta ad avere le cosiddette “lead”, e cioè persone con nome, cognome, email e numero di telefono che chiedono un contatto per un determinato tema». Ma non finisce qui. «Per gli avvocati l’approccio ai social è duplice: c’è l’aspetto del consumer e quello del B2B e cioè gli avvocati che lavorano con i privati e quelli che lavorano con le aziende. Sono due modi completamente diversi di stare sui social». Il consiglio secondo Albanese, è di diversificare. «L’avvocato divorzista - spiega - deve puntare su Facebook, mentre quello che lavora con le aziende, come il penalista, non può che coltivare la propria presenza su LinkedIn». Per chi si affaccia su questo mondo o vuole migliorare la propria presenza sui social, il consiglio è quello della coerenza e della professionalità.

«Innanzitutto vietato avere profili disallineati: quindi se su LinkedIn comunichi il brand e su Facebook ti lanci in cose spericolate, fotografie sguaiate, le persone perdono fiducia. Bisogna stare attenti: i social network sono strumenti di comunicazione pubblica». Sconsigliabile poi lanciarsi su terreni scivolosi. «Niente politica, religione, sport e sesso: sono quattro argomenti in cui è facilissimo urtare le sensibilità di chi ci legge». Infine studiare o affidarsi a comunicatori. «Nei social network oggi l’improvvisazione non paga - conclude -. I clienti ti trovano sui social e poi decidono se stringerti una mano e fare business con te».

E veniamo agli avvocati che oggi navigano sulla rete. Su Facebook la presenza è consistente. Si contano quasi 100 gruppi di categoria: il più gettonato è “Aiutoavvocato”, con 110.629 membri che forniscono risposte, dal diritto civile al penale, ai quesiti del pubblico. Il gruppo è chiuso. Molto frequentato anche “Gli avvocati di Facebook” con 23.841 iscritti. Per quanto riguarda Twitter nel periodo 1 gennaio - 30 settembre 2019 le parole chiave tra cui #avvocato, #processotelematico e #equocompenso, per citarne solo alcune, sono state menzionate in correlazione oltre 16mila volte.

Su Twitter le parole chiave/hashtag avvocati e avvocato risultano menzionate, in correlazione, più di 16mila volte. «Oltre ad eventi legati alla vita politica del Paese - fa sapere la società - un picco di conversazione tra professionisti del settore legale si riscontra in merito alla graduatoria bloccata per l’assunzione degli assistenti giudiziari e un picco ad aprile in corrispondenza dell’approvazione della legge sull’equo compenso per i professionisti da parte della Regione Lazio e della petizione per ottenerla a livello nazionale».

Infine LinkedIn. Qui i gruppi più attivi sono: “International bar association (Iba)”, “Association for international arbitration”, “International arbitration”, “International law”, “Il salotto del diritto di impresa”. Provare per credere.

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