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Dai tempi eroici al carbonio: la storia della «Ferrari delle biciclette»

Amico di Enzo Ferrari: convinto che la bici fosse la «macchina perfetta», spinse Colnago sulla strada dell’innovazione

di Riccardo Barlaam

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Ernesto Colnago (GettyImages)

Amico di Enzo Ferrari: convinto che la bici fosse la «macchina perfetta», spinse Colnago sulla strada dell’innovazione


4' di lettura

Sir Bradley Wiggins è stato il primo inglese a vincere il Tour de France nel 2012. Ha vinto cinque medaglie d'Oro alle Olimpiadi tra strada e pista, tra le quali spicca l'Oro dei giochi di Londra nella cronometro individuale. E' stato a lungo detentore del Record dell'ora con 54,526 km/h. Provate a chiedere a Wiggo qual è secondo lui la migliore bici di sempre. Vi risponderà senza esitazione: “Una Colnago C 40”.

Wikipedia nell'edizione inglese definisce Ernesto Colnago “italian inventor”. Sì perché quest'uomo sta alle bici da corsa, alla loro storia ed evoluzione negli ultimi 60 anni, come Enzo Ferrari stava alle Formula Uno e alle auto sportive.

Non per niente i due erano amici. The Drake “diceva che la bicicletta è la macchina perfetta - racconta Colnago – perché ha in sé tutto. Non consuma. Non inquina. Non ha bisogno di benzina. E' efficiente. Ed è una macchina perfetta se si paragona quanti quintali pesa un'automobile che va a trecento all'ora con una bici da corsa che pesa sei chili e mezzo, porta un uomo di 80 chili e va a 80 all'ora in discesa”.

Ferrari e Colnago erano amici. Insieme hanno firmato una serie di progetti innovativi. Come Ferrari anche Colnago ha un chiodo fisso, quasi un'ossessione: l'idea di andare avanti, di innovare, di spingere sulla qualità del prodotto, sul futuro, sull'eccellenza. Tutto questo restando normali. Imprenditori ma anche artigiani. Sognatori e innovatori. Ma ancorati saldamente con i piedi per terra.

La normalità di uomini come Colnago è un valore di quell'imprenditoria di razza che ha creato il made in Italy. Il nostro valore nel mondo. Capitani coraggiosi con il pallino della manifattura. Nell'Italia povera del dopoguerra hanno creato il boom economico. Ma stentano a trovare un ricambio generazionale.

Ancora oggi a 87 anni il signor Ernesto ogni mattina alle 7.30 indossa la giacca blu, attraversa la strada provinciale, unico diaframma che separa la sua villa alla fabbrica di Cambiago, a poche centinaia di metri dal casello autostradale sulla Milano Bergamo. Tra campagne padane e zanzare. Capannoni e centri commerciali.

Il chiodo fisso di Colnago che lo insegue ormai da più di 60 anni, da quando cioè ha cominciato a costruire telai da corsa è quello di creare la bicicletta più veloce, la migliore al mondo. Ed è interessante sentire raccontare da lui come, da questa ossessione per il prodotto, siano nate molte delle innovazioni legate alla bicicletta oggi di uso comune.

Come la prima bici in carbonio. Fu lo stesso Drake nel 1980 a suggerirgli di provare a introdurre quel materiale appena arrivato nella Formula Uno nel ciclismo. “Hai solo cinquant'anni, io alla tua età ho fondato la Ferrari. Devi rischiare, guardare avanti, verso il futuro: io ci sono”. Racconta: “Con Ferrari e il Politecnico di Milano facemmo uno studio durato quasi un anno per realizzare un tubo in carbonio che avesse la stessa resistenza dell'acciaio. Dopodiché siamo partiti con la prima bicicletta. Nessuno ci credeva”. A Colnago si deve anche la realizzazione del primo telaio monoscocca in carbonio.

Sempre con l'idea fissa dell'innovazione qui a Cambiago sono i nati i primi freni a disco per le bici. “Volevo qualcosa di più efficiente, perché non usare i sistemi delle moto mi dicevo. Chiesi a una azienda bergamasca che faceva freni per moto da cross di realizzare un prototipo che gli disegnai su questo tavolo”. Così Colnago sviluppò il primo freno a disco per le bici da corsa. Su YouTube c'è ancora il video di lui che regala la prima specialissima con i freni a disco all'ex patron della Mapei Giorgio Squinzi, suo amico. Una volta realizzato chiese ai produttori di componentistica di realizzarli, disposto a cedere gratuitamente quanto realizzato in cambio di freni per i suoi telai. Era il lontano 2012.

“Voi italiani siete incredibili”, gli disse il ceo di Shimano, colosso giapponese dei componenti che decise di provarci e di puntarci e che oggi ha il monopolio di freni a disco per bici da corsa, nel frattempo diventati “di moda” dopo che l'Uci, la federazione ciclistica internazionale, le ha ammessi nelle gare dei professionisti.

Nel museo aziendale di Colnago è conservata ancora infangata la C 40 di cui parla Wiggins. Bicicletta con la quale Franco Ballerini volava a 60 all'ora sul pavé della Paris-Roubaix e vinceva. In quegli anni tutti i costruttori si ingegnavano a cercare soluzioni per ammortizzare il fondo sconnesso. Lo spauracchio era il belga Johan Museeuw e la sua bici ammortizzata. “Squinzi – ricorda Colnago – non ci dormiva la notte. Mi telefonava: ‘Erne' quello c'ha una bici con gli ammortizzatori'. Io insistevo con la mia idea delle forcelle dritte e della bici senza molle. Il ciclista che deve ammortizzare gli urti con il suo corpo, con i polsi: le sospensioni rallentano la velocità del mezzo, facilitano la dispersione della potenza”. L'ordine di arrivo al vecchio velodromo in cemento gli diede ragione. Ballerini vinse due volte con la C 40. La Mapei vinse cinque Roubaix.

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    Riccardo Barlaamcorrispondente da New York

    Luogo: New York, USA

    Lingue parlate: inglese, francese

    Argomenti: economia, finanza e politica internazionale

    Premi: Premio Baldoni (2008), Harambee (2013), Overtime Film Festival (2017)

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