La ricostruzione

Dal caso Consip allo scandalo nomine: tutti i nodi di Luca Lotti

di Ivan Cimmarusti


Consip, Lotti: non ho mai avvisato Marroni né dato informazioni

3' di lettura

Luca Lotti si autosospende dal Partito democratico. Il suo congedo, probabilmente temporaneo, è stato annunciato con una lettera al segretario Nicola Zingaretti. Le intercettazioni della Procura di Perugia lo hanno «incastrato» mentre cerca di veicolare le nomine di magistrati negli uffici giudiziari più importanti d’Italia. Una ipotesi per la quale non risulta indagato, anche se gli atti della Guardia di finanza parlano di illecito. Lui, braccio destro di Matteo Renzi, è sotto processo nel caso Consip nella Capitale: ecco perché sembra quantomeno strano il suo interessamento per la nomina del nuovo procuratore di Roma.

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Eppure non è la prima volta che il suo nome risulta associato a fatti legati a magistrati. Secondo una indagine di Messina avrebbe appoggiato la nomina del giudice Agostino Mineo al Consiglio di Stato.

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Il caso Consip
Il 9 maggio scorso Lotti e il collega di partito Cosimo Ferri, incontrano il pm di Roma (ex Csm ed ex presidente dell’Anm) Luca Palamara e i consiglieri dell’Organo di autogoverno Gianluigi Morlini, Corrado Cartoni, Paolo Criscuoli e Antonio Lepre. In quel contesto discutono delle varie nomine, tra le quali anche quella di Roma, dove risulta sotto processo per la vicenda Consip. Ma di cosa si tratta esattamente? L’ex sottosegretario è accusato di favoreggiamento personale: avrebbe rivelato a Luigi Marroni, ex ad di Consip, che sulla Centrale acquisti della Pa era in corso una indagine penale. In particolare, si legge negli atti, avrebbe detto a «Luigi Marroni l’esistenza di una indagine penale che interessava gli organi apicali passati e presenti di quella società (Consip, ndr) e, in particolare, di una attività di intercettazione telefonica sulla utenza in suo uso, con conseguente pregiudizio alle ragioni investigative che avevano generato i decreti autorizzativi dell'attività di intercettazione, aiutava gli indagati di quel procedimento a eludere le investigazioni». Marroni è il principale testimone nel filone d’indagine sulla fuga di notizie e sul favoreggiamento personale imputato a Lotti. Ha detto che a luglio 2016 «Lotti mi informò che si trattava di un’indagine (quella su Consip, ndr) che era nata sul mio predecessore e che riguardava anche l’imprenditore campano Alfredo Romeo».

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La nomina del giudice Agostino Mineo
Come detto non è la prima volta che Lotti finisce in indagini giudiziarie. A luglio 2018 il suo nome è negli atti della Procura di Messina per un procedimento imputato a Denis Verdi. In cambio di un finanziamento illecito da 300mila euro per il movimento politico Ala, avrebbe interessato Lotti, per sponsorizzare la nomina dell’ex giudice amministrativo Giuseppe Mineo, al Consiglio di Stato. Sponsorizzazione che, nei fatti, sarebbe andata a buon fine, al punto che il giudice - arrestato per corruzione a luglio - era nella lista dell’ex Governo dei magistrati da nominare a Palazzo Spada. L’indagine – anche in quel caso – era legata alla presunta compravendita di sentenze al Consiglio di Stato. Il nome di Mineo salta fuori a maggio 2016. È nella lista dei dieci nomi indicati dal Governo come giudici del Consiglio di Stato. Da subito, però, la sua posizione crea parecchi imbarazzi in quanto risulta essere stato sanzionato per aver depositato in ritardo le sentenze. I suoi rapporti con il Partito democratico sono dovuti alle relazioni che Mineo sarebbe riuscito a creare attraverso personaggi che gravitavano attorno al Governo Renzi. Un particolare di cui parla Amara, accusato di essere il principale corruttore di giudici amministrativi, come emerge dalle indagini delle procure di Messina e Roma.

Denis Verdini avrebbe interessato Luca Lotti per favorire la nomina del giudice Agostino Mineo al Consiglio di Stato

Da Palamara a Lotti
E così si arriva al ruolo di Luca Palamara, il pm attorno a cui ruota tutta l’inchiesta nomine e che aveva coinvolto Lotti nelle riunioni per individuare il nuovo procuratore della Capitale, il magistrato che avrebbe dovuto sostituire Giuseppe Pignatone. «Macchinazioni» che non presentano aspetti penalmente rilevanti, ma che sollevano, ancora una volta, perplessità in ordine al potere che ha la politica di dare il proprio gradimento sui magistrati da nominare negli uffici giudiziari.

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