le fibrillazioni

Dal caso Sozzani alla prescrizione, giustizia nervo scoperto dell’alleanza Pd-M5S

La bocciatura della richiesta di autorizzazione all’arresto di Sozzani è stato una prima avvisaglia delle fibrillazioni e delle divergenze all’interno della maggioranza<b/>sul tema giustizia. E la scissione di Renzi non ha fatto altro che amplificare il problema

di Andrea Gagliardi


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2' di lettura

Al primo voto “pesante” dalla nascita del governo M5S-Pd-Leu, a sorpresa e a voto segreto, l’Aula di Montecitorio ha negato gli arresti domiciliari per l’azzurro Diego Sozzani. Il voto (235 per la misura cautelare, 309 contro ed un astenuto) ha sovvertito quello della Giunta per le Autorizzazioni che, lo scorso 31 luglio, aveva deciso, con il Pd e M5s favorevoli, di concedere la misura cautelare nei confronti del deputato forzista, chiesta nell’ambito di un procedimento per finanziamento illecito relativo ad una fattura di diecimila euro. E si è stagliata subito l’ombra dei franchi tiratori. A votare contro l’arresto insieme all’opposizione sarebbero stati, tra gli altri, i 26 deputati renziani di Italia Viva in uscita dal Pd.

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La parola d’ordine nella maggioranza è che il voto non si ripercuoterà sulla tenuta del governo. Ma la bocciatura della richiesta di autorizzazione all’arresto di Sozzani è stato una prima avvisaglia delle fibrillazioni e delle divergenze all’interno della maggioranza sul tema giustizia. E la scissione di Renzi non ha fatto altro che amplificare il problema. Con Italia viva su posizioni garantiste, agli antipodi di quelle più «giustizialiste» targate M5s.

A fare le spese di queste divergenze potrebbe essere il pacchetto di riforma della giustizia messo a punto dal Guardasigilli M5s Alfonso Bonafede. La scorsa settimana il confronto tra il ministro e Andrea Orlando, vicesegretario del Pd e suo predecessore a via Arenula, è servito a valutare se e come modificarlo, a partire dai provvedimenti per ridurre i tempi dei processi. Resta però soprattutto la spada di Damocle del 1° gennaio , quando scatterà l’abolizione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, sia di assoluzione che di condanna. Una bandiera dei grillini, effetto della legge Spazzacorrotti varata a inizio 2019 dal Governo gialloverde, ma con efficacia differita di un anno.

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Si tratta di una disposizione criticata da più parti perché potrebbe portare a processi infiniti. Lo stop della prescrizione dopo il primo grado potrebbe infatti mettere a rischio l'efficienza degli uffici giudiziari perché li graverà di circa 30mila procedimenti in più ogni anno, con esiti più pesanti sulle Corti dove la percentuale di prescrizioni è maggiore. È concreta la possibilità che si allunghino i tempi dei processi, che in appello in media già durano due anni e tre mesi. Il capogruppo dem in commissione giustizia Alfredo Bazoli vorrebbe rinviare l’entrata in vigore della norma, ma non sarà semplice.

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