l’analisi

Dal ciclone Trump di oggi effetti negativi sugli Stati Uniti del 2030

di Kenneth Rogoff


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(Afp)

4' di lettura

Il presidente Trump non perde occasione di mostrare la propria arroganza e di rivendicare il merito di ogni passo in avanti compiuto dall'economia statunitense. Nel caso della performance economica, però, i presidenti americani hanno molta più influenza sui trend di lungo periodo che sulle fluttuazioni a breve.

Senza dubbio, i tagli alle tasse e gli aumenti di spesa decisi da Trump hanno fornito uno stimolo supplementare nel breve periodo. E lo stesso sembrano aver fatto i compratori esteri di prodotti americani, come la soia, che si preparano a rimpinguare le scorte prima che la guerra tariffaria si surriscaldi. Eppure, non è facile accelerare un’economia da 20mila miliardi di dollari, persino gestendo un deficit di bilancio pari a quasi mille miliardi di dollari, come sta facendo l’amministrazione Trump. Di fatto, è probabile che le fluttuazioni a breve termine delle giacenze commerciali abbiano frenato la crescita, mentre altri fattori l’abbiano per ora sostenuta.

In un contesto politico irascibile, non è facile pensare al lungo termine. Tuttavia, grazie agli interessi composti, le misure che fanno aumentare marginalmente la crescita di lungo periodo diventano rilevanti. Ad esempio, le politiche di deregolamentazione dei trasporti emanate dall’amministrazione Carter alla fine degli anni 70 hanno gettato le basi per la rivoluzione del commercio via web. I tagli delle tasse voluti da Reagan negli anni 80 hanno contribuito a ripristinare la crescita negli Usa nei decenni a seguire (ma anche a esacerbare la disuguaglianza). E gli sforzi di Obama (e, ancor prima di lui, di George W. Bush) per contenere i danni causati dalla crisi finanziaria del 2008 sono alla base dell’economia forte di cui Trump vuole prendersi il merito. Da qui a dieci anni, quale sarà l’effetto cumulativo delle politiche di Trump? Tralasciando la gazzarra politica, la giuria non si è ancora espressa.

Cominciamo dagli aspetti positivi. La riforma fiscale per le imprese della fine del 2017 è stata uno di quei rari casi in cui il Congresso ha migliorato il contorto sistema fiscale degli Usa, anche se l’aliquota dell’imposta sulle società avrebbe dovuto essere fissata al 25% e non al 21%.

Probabilmente Obama sarebbe stato felice di approvare una legge di questo tipo. Durante la sua presidenza, però, il Congresso controllato dai repubblicani ha insistito che ogni proposta dovesse essere “neutra sul piano delle entrate” anche nel breve periodo, condizione che rappresenta un ostacolo per qualsiasi riforma fiscale importante. Gli sforzi di Trump per ridurre la regolamentazione, in particolare per le Pmi, costituiscono anche un vantaggio per la crescita di lungo periodo poiché revocano alcuni eccessi emersi verso la fine del mandato di Obama (anche se Trump, insieme alle norme cattive, sta gettando via anche quelle buone).

Un’area poco evidenziata in cui Trump sembra tentare idee nuove è quella della riqualificazione dei lavoratori in mobilità e della formazione professionale a livello di scuola superiore. Tecnologia e big data sono strumento per informare meglio genitori e lavoratori in merito alle competenze più richieste e a dove si trovano le opportunità di lavoro. Ivanka Trump, la figlia del presidente, è in prima linea su questo fronte. Se da un lato è facile cedere al cinismo (secondo alcuni il nuovo programma è soltanto una scusa per tagliare fondi ai programmi di riqualificazione professionali esistenti), l’idea che le piattaforme digitali possano migliorare i programmi di formazione è valida.

Ma se l’amministrazione Trump ha rinforzato il potenziale di crescita nel lungo periodo, il rovescio della medaglia è deprimente. Molti studi - dal lavoro del compianto economista David Landes alle ricerche più recenti di Daron Acemoglu del Mit e James A. Robinson dell’Università di Chicago - indica che le istituzioni e la cultura politica sono gli unici fattori determinanti che favoriscono la crescita di lungo periodo. Riprendersi dai danni che Trump sta infliggendo alle istituzioni e alla cultura politica potrebbe richiedere anni; e, in tal caso, i costi economici potrebbero essere ingenti.

Inoltre, in linea con il disprezzo della sua amministrazione per la scienza, il bilancio proposto per finanziare la ricerca di base, che comprende organismi quali gli istituti nazionali della sanità e la fondazione nazionale delle scienze, è stato ridotto drasticamente (per fortuna, il Congresso ha bocciato i tagli). E l’applicazione delle norme anti-trust, fondamentale per contrastare l’eccessivo potere monopolistico in molti settori dell’economia, è latente. Ciò esacerberà la disuguaglianza nel lungo periodo; le miniere di carbone e le tariffe commerciali di Trump sono, nella migliore delle ipotesi, paragonabili a cerotti su una ferita da proiettile.

Infine, molte normative finite nel mirino di Trump andrebbero rinforzate, non eliminate. È difficile immaginare come demolire l’Agenzia per la protezione dell’ambiente e ritirarsi dall’accordo di Parigi sul clima possa favorire una crescita nel lungo periodo, visto che i costi necessari per rimediare ai danni dell’inquinamento in una fase avanzata superano di gran lunga il prezzo di un intervento correttivo realizzato subito.

Quanto alla regolamentazione finanziaria, le montagne di nuove regole adottate dopo il 2008 hanno fatto la felicità degli avvocati. Sarebbe importante che gli azionisti investano di più, così che le grandi banche siano meno propense ad assumersi rischi eccessivi. D’altra parte, neutralizzare la legislazione esistente senza sostituirla con qualcosa di adeguato prepara il terreno per un’altra crisi.

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