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Dal clima alla Cina all’Iran: Trump, la mina vagante che preoccupa investitori e politici

Non ci si poteva aspettare molto di più dal vertice G7 francese. Donald Trump come al solito, nel bene e nel male, è stato al centro dell'attenzione. Preoccupano i leader politici, come anche preoccupano gli investitori, le continue incursioni imprevedibili del presidente americano su Twitter

di Riccardo Barlaam

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4' di lettura

Non ci si poteva aspettare molto di più dal vertice G7 francese. Donald Trump come al solito, nel bene e nel male, è stato al centro dell'attenzione. Preoccupano i leader politici, come anche preoccupano gli investitori, le continue incursioni imprevedibili del presidente americano su Twitter. Improvvise accelerazioni e poi frenate. Una mina vagante. Le ultime dichiarazioni nelle quali Trump ha affermato il suo pensiero per poi, subito dopo, affermare l'esatto contrario riguardano, nell'ordine: la Groenlandia da acquistare dalla Danimarca, il taglio delle tasse alle classi medie, la Fed e il suo governatore Jerome Powell diventato «il più grande nemico», più ancora del presidente cinese agli occhi del muscolare e scoppiettante leader della prima potenza mondiale che ha terminato la serie dei tweet fuori controllo con il monito a tutte le aziende americane «a lasciare immediatamente la Cina» e il lascito a fine giornata - un venerdì da incubo che per Wall Street è stato il quarto consecutivo con la chiusura in rosso - ad aumentare di nuovo, in un'escalation rabbiosa e incomprensibile, i dazi alla Cina come risposta ai suoi contro dazi appena annunciata.

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Secondo molti osservatori la situazione è fuori controllo alla Casa Bianca perché il presidente non ha più contraddittorio ed è ormai circondato solo da “yes men”. Il premio Pulitzer Bob Woodward nel libro – Fear - che ha raccontato l'ascesa e il primo anno della presidenza del tycoon, aveva rivelato l'episodio dei dossier scottanti fatti sparire dalla scrivania di Trump all'ultimo minuto dai generali del Pentagono perché «c'erano adulti nella stanza ovale». Ora non è più così. Lo staff del presidente è tutto cambiato. Vuoi perché Trump ha licenziato gran parte dei suoi stretti collaboratori della prima ora con un turn over che non ha precedenti tra le amministrazioni passate. Vuoi anche perché molti hanno deciso di dimettersi per non perdere la reputazione. In ambienti repubblicani come a Wall Street cresce la preoccupazione per le intemerate del presidente americano e le conseguenze dei suoi tweet bomb. Così la mezza retromarcia di Trump sulla Cina al G 7 è stato un passaggio obbligato. Non poteva fare diversamente.

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Trump si è accorto di avere tutti contro nel tavolo rotondo di Biarritz, tranne Bolsonaro ovviamente, «il Trump dei Tropici». Persino il nuovo premier britannico amico Boris Johnson che spera di stabilire un asse privilegiato con gli Stati Uniti, rilanciando quella special relationship dei tempi di Churchill - che invero è sempre più stata percepita a Londra che a Washington - ha fatto notare a Trump che la trade war è un problema per tutti e alimenta i venti di recessione mondiali.

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Il presidente americano quindi, senza entrare nei dettagli, ha detto genericamente che riprenderanno i negoziati con la Cina sulla guerra commerciale dando un po' di respiro ai mercati. La sua fedelissima portavoce lo ha mezzo smentito, ma lui ha fatto un mezzo giro di valzer lo stesso. Trump è in campagna elettorale, la comunicazione è il suo cavallo di battaglia. Per questo non ammetterà mai di aver sbagliato, di aver fatto un tweet di troppo, di avere esagerato nelle esternazioni sui social. Non è previsto. E non fa parte del suo stile. Non può perdere la faccia davanti ai suoi tanti sostenitori in quella parte più radicale e conservatrice del vecchio partito Repubblicano che lo sostiene a spada tratta. Ma anche nel Gop cresce la fronda e l'imbarazzo per l'immagine di una potenza che nell'ultimo secolo è stato il baluardo della difesa della democrazia contro i totalitarismi e le dittature, pagando anche un prezzo elevatissimo, e ora guida il fronte dei paesi che vogliono pensare solo a sé, ai muri, all'America prima, all'interesse particolare e all'isolazionismo sulla politica multilaterale vista quasi come una perdita di tempo così come i vertici dei Grandi. Nella fronda repubblicana spiccano su tutti le parole di Anthony Scaramucci, il giovane finanziere repubblicano ex direttore della comunicazione della Casa Bianca che riferendosi agli ultimi giorni di Trump ha detto che è “total mental breakdown”. In italiano gergale qualcosa come: “è totalmente fuori di testa”.

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Qualche crepa comincia a vedersi. Secondo l'ultimo sondaggio commissionato da Ap, sei americani su dieci disapprovano il modo di operare del loro presidente. Le elezioni non sono lontane. Trump lo sa. Non può tirare troppo la corda perché se arriva la crisi e se continua a generare instabilità e nervosismo rischia di essere scaricato da mercati e investitori. Non succederà. Motivo per cui, anche se mancano gli “adulti nella stanza ovale” e se Trump, come pare, è del tutto schierato con le teorie protezionistiche del suo economista consigliere Peter Navarro contro “il nemico Cina”, alla fine una soluzione alla guerra commerciale, o quantomeno un allentamento della tensione con Pechino ci sarà. Trump è obbligato. Non può tirare la corda più di tanto. Perché la corda alla fine rischia di spezzarsi.

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