AnalisiL'analisi si basa sulla cronaca che sfrutta l'esperienza e la competenza specifica dell'autore per spiegare i fatti, a volte interpretando e traendo conclusioni al servizio dei lettori. Può includere previsioni di possibili evoluzioni di eventi sulla base dell'esperienza.Scopri di piùLA CRISI ECONOMICA

Dal crollo della produzione industriale una spinta a fare presto e a spingere sul pedale degli investimenti

Occorre mettere in moto la leva degli investimenti, pubblici e privati, in infrastrutture materiali e immateriali, declinati in chiave green. La scommessa, ora più che mai, è nella drastica semplificazione degli adempimenti burocratici e amministrativi

di Dino Pesole

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(imagoeconomica)

Occorre mettere in moto la leva degli investimenti, pubblici e privati, in infrastrutture materiali e immateriali, declinati in chiave green. La scommessa, ora più che mai, è nella drastica semplificazione degli adempimenti burocratici e amministrativi


4' di lettura

Stando a quanto è previsto nel Documento di economia e finanza appena varato dal Governo, l’impatto della pandemia sull’intero tessuto produttivo italiano produrrà una caduta del Pil del 15% nel primo semestre dell’anno. L’auspicato “rimbalzo” nel secondo semestre dovrebbe consentire di chiudere l’anno con una contrazione del prodotto attorno all’8 per cento. Ma nello scenario più avverso, la contrazione del Pil potrebbe anche attestarsi al 10,6%, con una ripresa nel 2021 al 2,3% rispetto al 4,7% che si ipotizza nello scenario più favorevole.

Il crollo della produzione industriale reso noto da Confindustria (-50% in marzo e aprile) è l’ulteriore conferma che quella in atto è la più grave recessione della storia nazionale in tempo di pace.

Accanto alla liquidità occorre attivare la leva della domanda interna
Certamente il bazooka messo in campo dalla Bce, con una potenza di fuoco di oltre 1.000 miliardi sotto forma di acquisto dei bond sovrani (e dunque di massicce dosi di liquidità a disposizione del sistema produttivo attraverso il canale bancario) è indispensabile anche per mantenere a livelli contenuti il costo di finanziamento del nostro debito pubblico (che viaggia verso il picco del 155% del Pil). E non meno importante è il set di misure già varate e quelle in via di approvazione da parte del Governo sia sul fronte degli ammortizzatori sociali che su quello del sostegno all’economia, a patto che tali interventi siano ben ponderati ed efficaci. Il problema è che tutto ciò rischia di non bastare. Occorre agire con tempestività attivando le leve giuste. Senza un robusto sostegno alla domanda aggregata (consumi e investimenti) ben difficilmente potrà invertirsi in tempi brevi il sentimento (fondamentale in economia) che governa le aspettative. Con gli attuali indici di fiducia pare arduo prevedere quando potremo cominciare a intravvedere la luce in fondo al tunnel.

Rilanciare gli investimenti con la semplificazione degli adempimenti
Ecco perché, come avvenne all’inizio degli anni Trenta del Novecento, ora occorre mettere in moto la leva degli investimenti, pubblici e privati, in infrastrutture materiali e immateriali, declinati in chiave green. La scommessa, ora più che mai, è nella drastica semplificazione degli adempimenti burocratici e amministrativi. Occorre una definitiva linea di demarcazione tra le competenze che spettano al livello centrale, e quelle che investono le autonomie locali e regionali, così da evitare duplicazioni. Se si guarda all’andamento degli ultimi anni, registriamo che il vero problema nel nostro paese non è stato (almeno fino all’esplodere della pandemia) l’ammontare potenziale e reale delle risorse disponibili, buona parte delle quali provenienti dai fondi comuni europei. Il vero problema è nell’effettiva capacità di spendere quelle risorse.

La revisione del meccanismo del cofinanziamento
Tra le molteplici decisioni assunte dalla Commissione europea in questa fase di grave emergenza, non va sottovalutata la sostanziale sospensione del vincolo del cofinanziamento (europeo e nazionale) ai fondi diretti al sostegno degli investimenti. Inoltre sono stati eliminati i cosiddetti vincoli di concentrazione tematica delle spese. In sostanza, è stata introdotta la massima flessibilità e sarà possibile ad esempio trasferire risorse dal Fondo per lo sviluppo regionale al Fondo sociale e viceversa, a seconda delle esigenze. Ed è prevista anche la possibilità di trasferire risorse da un programma all’altro, sia tra regioni che tra programmi nazionali. Una flessibilità che si applica al 2020 per le spese legate all’emergenza. Anche sulla base di queste aperture, pare evidente che la sfida ora per il nostro paese è operare una drastica opera di semplificazione che infranga il circuito perverso dei mille lacci e lacciuoli che da decenni accompagnano la politica industriale del nostro paese. In poche parole, si tratta di esportare a livello nazionale il “modello Genova” che ha consentito di ricostruire in tempi record il ponte Morandi.

Il “moltiplicatore” degli investimenti
Gli investimenti pubblici e privati possono contare almeno sulla carta su un notevole effetto “moltiplicatore” con impatto visibile e consolidato sull’andamento dell'economia. Ma per ottenere questo effetto, devono poter esplicare i loro effetti in tempi certi di realizzazione. Devono poter contare su un contesto di base favorevole (sia sul versante delle semplificazioni che su quello della giustizia civile), su incentivi e sgravi fiscali. Se si spinge con forza sul “denominatore” ( il Pil), in tempi ragionevolmente ravvicinati anche il debito pubblico può cominciare a ridursi, grazie all'auspicato recupero di quote importanti di produttività e competitività, anche nel segno dell’innovazione verde e digitale.

Lo scenario delineato dal Def
I dati, al momento, parlano chiaro e sono tutt’altro che incoraggianti: nelle previsioni contenute nel Def gli investimenti fissi lordi subiranno quest'anno una contrazione del 12,3%, per poi attestarsi nel 202i al 4,3% nel 2021. Una contrazione inevitabile, se si considera l’intensità della recessione in atto, ma la sfida ora è puntare direttamente alla “ricostruzione”, attraverso una pluralità di interventi ma avendo chiaro che questo paese non ripartirà se non si metterà in moto la domanda interna.

Va certamente bene la sospensione per tutto il 2020 dei vincoli del Patto di stabilità, ma non si può immaginare di spingere all'infinito sul pedale esclusivo del ricorso al deficit, che va ad appesantire il debito e costituisce pur sempre un costo per la finanza pubblica che prima o poi dovrà essere ripagato.

Per approfondire:
Così la Bce sta di fatto monetizzando il debito europeo
I 4 bazooka della Bce pronti a «sparare» contro il virus

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    Dino PesoleEditorialista

    Luogo: Roma

    Lingue parlate: Italiano, inglese, francese

    Argomenti: Conti pubblici, Europa, attività politico-parlamentari

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