ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùIL NUOVO GOVERNO

Dal deficit alle migrazioni, cosa cambia in Europa con il Conte bis

Dal Conte I al Conte bis. Il nuovo governo Pd-Cinque stelle ha già incassato l’apertura della Ue, dopo oltre un anno di tensioni fra l’esecutivo gialloverde e i vertici comunitari. A suo favore giocano ministri conosciuti a Bruxelles e un atteggiamento più dialogante. Ma la partita con l’Europa non è chiusa

di Alberto Magnani


Governo, Conte: una squadra per rendere migliore l'Italia

6' di lettura

Roberto Gualtieri ha lasciato Bruxelles dopo un decennio di servizio come europarlamentare Pd. Tutto lascia intendere, però, che avrà occasione di tornare con una certa frequenza: lo storico e politogo romano, classe 1966, è stato appena nominato ministro dell’Economia nel nuovo governo Cinque stelle-Pd capeggiato da Giuseppe Conte. Lo stesso premier che si era insediato poco più di un anno fa alla guida dell’esecutivo Cinque stelle-Lega, uno dei più turbolenti della storia nei suoi rapporti con i vertici comunitari.

La scelta di Gualtieri, figura stimata a Bruxelles per le competenze in materia economica e fiscale, simboleggia un cambio di passo implicito alla nuova maggioranza. Non tanto per il Partito democratico, in teoria da sempre coeso su una linea europeista. Quanto per la componente pentastellata del governo e i rapporti generali dell’esecutivo con l’Europa, dopo mesi che hanno portato più volte Roma sull’orlo di uno strappo definitivo con i parnter della Ue. I ministri del «Conte II» dovrebbero avere più margini di manovra in vista della legge di stabilità che dovrà essere approvata da Bruxelles nelle prossime settimane, anche nel caso di un’accelerazione su investimenti e spesa pubblica.

Lo stesso Conte ha incassato endorsement pesanti nei vertici internazionali, incluso quello di un avversario storico dell’ex «governo del cambiamento»: il numero uno uscente della Commissione, Jean-Claude Juncker. «Grazie alla sua leadership e al sostegno del suo governo -ha scritto Juncker nella sua lettera di rito - Sono convinto che l’Italia saprà giocare un ruolo essenziale nell’affrontare queste sfide europee ed essere all’altezza delle sue responsabilità di stato fondatore dell’Unione».

La crisi latente di Cinque stelle e Lega in Europa
In realtà, proprio su scala europea, le divergenze fra i Cinque stelle e la Lega hanno fatto da preambolo al collasso del «governo del cambiamento». La comune radice euroscettica delle due forze politiche, considerata una garanzia al momento dell'intesa, non è riuscita a contenere fino in fondo le distonie politiche fra gli ex partner. Già nel corso della scorsa legislatura sia erano manifestate delle incomprensioni, sia pure blande, su ambiente (i Cinque stelle hanno votato a favore del pacchetto europeo sull'economia circolare, la Lega contro) e immigrazione (la Lega vicina al blocco Visegrad, i Cinque stelle alla ricerca di un'intesa con i paesi del Sud, anche se entrambi hanno contribuito ad affossare la riforma del regolamento del Dublino).

Il vero casus belli si è consumato però dopo le Europee 2019, con il voto alla futura presidente della Commissione: Ursula von der Leyen, la figura di compromesso scelta dai leader europei con il sostegno di Conte e del governo italiano. I Cinque stelle hanno dato il loro assenso all'ex ministro tedesca della Difesa, accreditandosi come ago della bilancia di uno scrutinio vinto da von der Leyen con appena nove voti di scarto; la Lega, dopo l'appoggio iniziale, è tornata sui suoi passi e ha espresso ufficialmente la sua ostilità alla nuova numero uno della Commissione. Una fonte vicina a Cinque stelle racconta che la scelta della delegazione è nata, principalmente, da una questione di «pragmatismo» rispetto al futuro e al peso effettivo dei 14 deputati grillini a Bruxelles e Strasburgo.

L'alleanza domestica con la Lega aveva già complicato la ricerca di un'alleanza con vari gruppi politici, dall'ultrasinistra del Gue ai Verdi, ostili ad accogliere nel proprio gruppo una delegazione apparentata con Salvini. La scelta su von der Leyen è equivalsa a una scelta di campo anche in questo senso: con i partiti eurofili o con i partiti euroscettici. Come l'intesa con il Pd avrebbe confermato, la scelta è caduta sui primi. «Dopo che Conte è stato decisivo al Consiglio europeo, la Lega ha deciso di rompere il patto - spiega - I Cinque stelle hanno deciso che volevano fare politica, mentre loro si sono isolati sempre di più». Scaricati gli alleati del Carroccio, i Cinque stelle sono tornati papabili per intese impensabili fino a qualche settimana fa. Tra le ipotesi in auge sono tornati i Verdi e “addirittura” Renew Europe, la sigla formata dall’ex Alleanza dei democratici e liberali e il drappello dei deputati francesi di EnMarche!. Il partito di un’altra vecchia nemesi della maggioranza gialloverde, il presidente francese Emmanuel Macron.

Il cambio di passo del governo in Europa
L'accoglienza riservata al governo Pd-Cinque stelle fa presagire un clima ben diverso da quello che ha accompagnato l'altro esecutivo Conte, quella naufragato con la crisi indetta da Salvini lo scorso 8 agosto. Al di là di Juncker, quasi obbligato a un saluto istituzionale, sono emersi segnali di fiducia da commissari ritenuti ostili (a partire dal titolare degli Affari monetari, Pierre Moscovici) e figure di rilievo anche maggiore nelle gerarchie comunitarie. La futura presidente della Bce, Christine Lagarde, ha definito una «ottima notizia» la scelta di Gualtieri al ministero dell'Economia. Il suo predecessore Giovanni Tria, nonostante la terzietà rispetto ai partiti di governo, ha trascorso buona parte delle riunioni con i suoi colleghi europei a sgonfiare le tensioni che si creavano di volta in volta fra il governo gialloverde e i vertici Ue.

Gualtieri è abituato ai negoziati dopo 10 anni all'Europarlamento, spesso con un ruolo decisivo su questioni economiche. Nella scorsa legislatura ha ricoperto l'incarico di presidente della Commissione per i problemi economici e monetari, venendo rieletto nel 2019. Ora avrà modo di trattare direttamente come ministro, in teoria con un atteggiamento più accomodante da parte delle controparti europee. Il primo scoglio sarà la manovra, con tutti i suoi nodi in sospeso: dal congelamento dell'aumento Iva all'incremento della spesa pubblica annunciato, nelle linee programmatiche, dal nuovo esecutivo. Non si parla comunque di far salire il deficit, vecchio tabù dei parametri comunitari? «Sì, ma in questo caso l'Italia si porrà in termini di interlocuzione e non di contrapposizione - spiega Marco Borraccetti, professore di diritto europeo all'Università di Bologna - Gualtieri è una figura creduta e credibile, e comunque le controparti sono le stesse persone con cui ha lavorato in Europa fino a poco fa. In precedenza si aveva l'impressione che si stesse cercando il contrasto per il contrasto, spingendo anche apertamente per l'uscita dall'euro».

Lo stesso cambio di rotta, dalla collisione al dialogo, potrebbe registrarsi sull'altro fronte caldo nella nuova legislatura comunitaria: le migrazioni, a partire dalla riforma del regolamento di Dublino (l'impianto che disciplina la gestione degli arrivi, ritenuto sfavorevole ai paesi di primo sbarco perché impone la presa a carico della richiesta di asilo). «Bruxelles è l'unica sede dove si possa ottenere qualcosa ed lì che si può lavorare - spiega Borraccetti - Fin qui si era scelta la linea dello scontro e del non partecipare alle riunioni, ora mi sembra che l'attuale ministro dell'Interno (la tecnica Luciana Lamorgese) possa svolgere il suo ruolo in maniera più più istituzionale».

Il passato scomodo dei Cinque stelle
Non è detto, ovviamente, che tutto scorra a pieno regime. Il nuovo esecutivo Conte è più filoeuropeo (o meno o antieuropeo) del precedente, ma conserva pulsioni conflittuali con Bruxelles. I Cinque stelle sono comunque reduci da 14 mesi di governo insieme a Salvini e alla Lega, portandosi appresso la firma su una serie di provvedimenti che hanno fatto drizzare le antenne ai vertici Ue. Ad esempio il decreto sicurezza bis, una misura che ha posto più di una criticità su scala europea sul fronte della protezione dei diritti.

«Ci saranno alti e bassi. Molto dipenderà dalla commissione che sarà formata da von der Leyen e dal suo indirizzo su alcuni temi, a partire dallo stato di diritto: un tema che potrebbe far finire l'Italia nel mirino - fa notare Alberto Alemanno, ordinario di diritto europeo all'École des hautes études commerciales de Paris - Senza contare che il Pd e i Cinque stelle, pur formando un'alleanza molto più naturale che quella con la Lega, mantengono alcuni divisioni sull'Europa». Va detto che la stessa Ue è cambiata e sta cambiando, rispetto alla legislatura che si è chiusa con le elezioni dello scorso maggio.

Il «dogma» dell'austerity ha iniziato a essere discusso seriamente, non solo da interlocutori giudicati eretici come l'ex ministro greco Yanis Varoufakis; le deficienze del progetto comunitario sui temi dell'accoglienza stanno spingendo a un maggior pressing per la riforma delle leggi europee in materia; la crisi di vecchi pilastri, come la Germania, sta rendendo più vulnerabili (e più dialoganti) anche i cosiddetti «paesi forti» dell'Unione. In più l'Italia può vantare un credito per l'insediamento di von der Leyen e ora, con il nome di Paolo Gentiloni, è tornata in corsa per un portafoglio decisivo nell'esecutivo comunitario. «L'Italia resta conflittuale su alcuni temi - dice Alemanno - Ma in fondo può godere di un vantaggio: è stata anche lei a far nascere questa Europa, nuova».

Riproduzione riservata ©
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    Alberto MagnaniRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: inglese, tedesco

    Argomenti: Lavoro, formazione, esteri, innovazione

    Premi: Premio "Alimentiamo il nostro futuro, nutriamo il mondo. Verso Expo 2015" di Agrofarma Federchimica e Fondazione Veronesi; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"

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