L’ANALISI

Dal disimpegno Usa un lungo elenco di vincitori e vinti

di Ugo Tramballi


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(Epa)

3' di lettura

Quella che con una certa presunzione due segretari di Stato – Madeleine Albright e Hillary Clinton – avevano chiamato «nazione indispensabile» se ne va dalla Siria. Forse, forse no, magari sì ma non del tutto: sommando i tweet degli ultimi giorni è francamente difficile capire cosa abbia deciso Donald Trump.

L’unico modo per capirlo davvero è vedere cosa faranno i turchi: se, come e con quali obiettivi finali entreranno nella parte nordorientale del Paese dilaniato da otto anni di guerre: quella civile fra siriani, quella dell’Isis, dei russi, degli americani, dei curdi, degli iraniani, degli israeliani, dei sauditi, degli Emirati, del Qatar. Con eserciti, armi o denaro, tutti hanno dato il loro contributo al grande caos. L’unico bilancio preventivo possibile della dismissione americana di responsabilità – per molti un tradimento – è l’individuazione di chi ne trarrà beneficio. Prima di tutto il turco Recep Erdogan, l’uomo più pericoloso in una regione di leader inaffidabili. Poi l’Isis che nel disordine degli altri coltiva la sua forza: è stato sconfitto lo Stato islamico, non i suoi terroristi. Segue Bashar Assad che, dopo aver massacrato migliaia di compatrioti, in quel caos riuscirà a sopravvivere: non controllerà tutta la Siria di un tempo ma governerà. Russi e iraniani ci guadagnano per definizione: vincono ogni volta che gli Usa mostrano debolezza.

I primi sconfitti sono i curdi, a lungo i soli a combattere l’Isis per nostro conto. I piccoli popoli senza patria alla fine perdono sempre: in parte per i loro errori, spesso per il tradimento di chi si era spacciato per protettore. Poi c’è l’Europa. Nei piani di battaglia turchi si prevedono due pulizie etniche: la cacciata dei curdi e lo spostamento sulla loro terra di centinaia di migliaia di rifugiati siriani ora in Turchia. L’onda d’urto saranno altri disperati verso l’Europa, che alimenteranno razzismo, sovranismo e instabilità. Per ragioni diverse anche Israele e sauditi saranno messi in difficoltà dai repentini annunci di Trump.

Posta la colonna dei vincenti accanto a quella dei perdenti, è facile constatare che nella prima ci sono solo nemici o avversari degli Usa; la seconda è composta dai suoi alleati. C’è qualcosa che non funziona nel processo decisionale della superpotenza americana. Anche George W. Bush, invadendo l’Iraq nel 2003, aveva aperto una prateria mediorientale alle ambizioni del regime iraniano. Fissando una linea invalicabile e non reagendo quando il siriano Assad la superò, usando le armi chimiche contro gli oppositori, anche Barack Obama aveva indebolito la credibilità americana. Ma il caso di Trump nella sua metodicità è più da psicanalisi che geopolitico. «Fuoco e fiamme» contro il giovane dittatore nordcoreano, poi diventato «amico fraterno»: il suo arsenale nucleare e la minaccia alla Corea del Sud (principale alleata Usa nella regione, con il Giappone) nel frattempo sono come prima. Poi l’Iran che stava per essere bombardato per aver abbattuto un drone: l’attacco è stato fermato 20 minuti prima del suo inizio e pochi giorni dopo Trump ha accettato il dialogo con Teheran proposto da Macron. E che dire dei talebani che avevano protetto Osama bin Laden e mai abiurato al terrorismo, invitati a Camp David prima che dai colloqui preliminari uscisse qualche risultato diplomatico? O della Ue e degli alleati europei della Nato, diventati avversari dentro istituzioni da abbattere? Siamo alleati solo se ci rendiamo complici delle trame di Trump contro avversari interni. In questi giorni è difficile distinguere dove finisce la questione impeachment e inizia quella geopolitica mediorientale; se sia più attaccabile sollecitare la Cina a mettere sotto inchiesta Joe Biden o abbandonare i curdi.

«Non si rischia una guerra per un drone abbattuto fuori dallo spazio aereo iraniano», aveva commentato un generale Usa. Ma nella Situation Room nei sotterranei della Casa Bianca, dove si prendono le decisioni che fanno e disfano la storia, il presidente non ascolta gli esperti: non legge i rapporti preparati per lui, non fa domande e alla fine decide da solo. Generali, strateghi, esperti ne vengono a conoscenza nello stesso tempo reale dei lettori dei suoi tweet. Chi obietta ha due possibilità: si dimette o è licenziato. Falchi pericolosi come John Bolton o generali pragmatici come James Mattis e John Kelly, non fa differenza. Per Donald Trump non è una questione ideologica: pace o guerra, globalizzazione o nazionalismo purché sia l’ego di un uomo a vincere. In teoria non sarebbe male vivere in un mondo senza una nazione indispensabile. Ma il multilateralismo tanto invocato non esiste. In alternativa agli Stati Uniti oggi ci sono solo le ambizioni di dominio di Cina e Russia. Se non proprio così necessaria, l’America sarebbe ancora utile.

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