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Dal dividendo dello spread spazi per sostenere la crescita

Taglio del cuneo fiscale e contributivo e contestuale avvio di una riforma fiscale più complessiva potrebbero essere le scelte più giuste, avendo più coraggio sulla spending review per sostenere il costo dell’operazione

di Dino Pesole

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(imagoeconomica)

3' di lettura

Ricreare un clima di fiducia, rilanciare gli investimenti pubblici, avviare in modo significativo la riduzione del peso fiscale sui lavoratori. Le proposte contenute nel Rapporto del Centro studi di Confindustria sintetizzano la ricetta, per certi versi obbligata, da seguire per evitare lo scenario peggiore, certo definito per ora a legislazione vigente, che vede l’economia italiana a crescita zero nel 2019 e nel 2020.

La scommessa per il governo è provare a invertire una tendenza che fotografa un Paese in sostanziale stagnazione con il rischio di scivolare nella recessione. Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri punta a un effetto di sostegno all’economia da affidare alla manovra in via di definizione, così da realizzare un incremento del Pil nel 2020 dello 0,6%.

Previsione più incoraggiante rispetto allo zero, ma che si colloca all’interno di un range da pochi decimali quando occorre puntare a tassi di crescita più sostenuti, certamente alla portata della nostra economia. Lo sottolinea il Rapporto autunnale di Confindustria, quando ricorda che dal dividendo dello spread si può partire per ricreare il clima di fiducia che si è perso per strada a cavallo del 2018 e dei primi mesi del 2019 tra tensioni politiche e scontri frontali con Bruxelles.

Il calcolo è presto fatto: 100 punti in meno del costo di finanziamento del debito, con lo spread attorno ai 140 punti base rispetto a un mese fa, equivale a 6 miliardi in meno di spesa per interessi nel 2020. Circa 100 punti in meno dal 9 agosto al 4 settembre, ha sottolineato il direttore dell’Ufficio studi di Confindustria Andrea Montanino. Se il differenziale scendesse ulteriormente, si aprirebbero spazi importanti di bilancio per sostenere la crescita. Ecco la prima finestra di opportunità che si è aperta e che va sfruttata.

Uno dei grafici illustrati da Montanino, mostra chiaramente che dal 1995 in poi il costo del debito è più alto del tasso di crescita nominale del Pil. Se si invertisse questa tendenza, il debito comincerebbe a ridursi “in automatico” senza ricorrere a manovre di bilancio restrittive.

Montanino definisce il 2020 un anno potenzialmente di svolta, ma a patto che si mettano in atto le politiche più appropriate in un contesto internazionale che resta fortemente critico, a causa dell’effetto concomitante della guerra dei dazi, della Brexit e del brusco rallentamento dell’economia tedesca.

La riforma fiscale proposta dal Csc ha il suo punto di forza nella riduzione al 23% dell’aliquota Irpef attualmente al 27%, che comporterebbe un costo di 8 miliardi ma che potrebbe in effetti avere un effetto di stimolo alla domanda interna. Va certamente ridotto il costo del lavoro, ma qui il tema riguarda le risorse di cui ci si può disporre.

Taglio del cuneo fiscale e contributivo e contestuale avvio di una riforma fiscale più complessiva potrebbero essere le scelte più giuste, avendo più coraggio sulla spending review per sostenere il costo dell’operazione.

I niet provenienti dal fronte politico hanno per ora riposto nel cassetto l’ipotesi di rimodulare alcuni beni all’interno dell’attuale struttura dell’Iva. Il Rapporto del Csc mette in luce con chiarezza che le imposte indirette «sono regressive». Le famiglie del primo decile di reddito destinano il 18% al pagamento di Iva e accise, contro il 12% delle famiglie con redditi più alti.

In fase di discussione parlamentare della manovra, il tema della possibile rimodulazione dell’Iva dovrebbe essere ripreso. Gualtieri non esclude «limitate rimodulazioni magari a gettito invariato», ma certamente il tabù tutto politico dell’intoccabilità dell’Iva andrebbe ridiscusso.

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