storie d’impresa

Dal gelato al caffè, business da 2,2 miliardi per i macchinari Ali Group

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Novantasette milioni di euro. È forse la voce “viaggi e trasporti” iscritta in bilancio a sintetizzare al meglio le dimensioni raggiunte. L’importo che a molte aziende farebbe gola inserire nella casella “ricavi” è in realtà solo una parte (neppure prioritaria) dei costi di gruppo, esborso necessario per governare da un lato i trasferimenti tra l’esteso reticolo di società sparse in tutto il mondo, così come per gestire le consegne degli impianti, anche in questo caso dirette nell’intero globo.

Ali Group non è un nome noto. Così come non lo è quello del suo fondatore, Luciano Berti. Classe 1931, imprenditore schivo e riservato, allergico a riflettori e interviste ma per nulla “timido” nel business. Capace, partendo da zero, di creare una multinazionale da 2,2 miliardi di ricavi, con l’Italia a valere appena il 6% del business.

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L’espressione “leader globale”, spesso abusata, buttata lì tanto per gradire, in questo caso è azzeccata, dovendo descrivere un gruppo che nel corso degli anni ha costruito un primato riconosciuto nei macchinari per l’industria della ristorazione professionale.

Settori in apparenza distanti per tecnologie (dalla preparazione alla cottura degli alimenti, dalla distribuzione dei pasti al lavaggio delle stoviglie, dalla refrigerazione alla gelateria, dalla panificazione al caffè) ma orientati a soddisfare i bisogni di uno stesso cliente: oggi il portafoglio prodotti copre almeno il 90%di ciò che serve in una cucina professionale. E non stupisce, in effetti, che per la sola esposizione nelle fiere di settore dell’ampio portafoglio prodotti il gruppo abbia speso lo scorso anno 16 milioni, il fatturato di una (robusta) Pmi.

Un percorso quello di Ali Group avviato nel lontano 1963, quando Berti decide di mettersi in proprio rilanciando un piccolo business di macchine per lavaggio. Anche se la vera svolta è del 1980, con l’acquisizione di Champion negli Usa (lavastoviglie professionali), primo passo all’estero in un’arena che sarebbe diventata il terreno di gioco naturale.

Negli anni ’80 le acquisizioni sono otto, tra cui Carpigiani, costruttore emiliano di macchine per gelato. Ma la “fame” di crescita non si placa e il gruppo si allarga progressivamente a nuovi segmenti di business, come sistemi di cottura o refrigerazione. Nel 2013 è la volta delle macchine da ghiaccio (rilevando il primo produttore mondiale Scotsman Industries) , nel 2015 di Intermetro (stoccaggio e trasferimento alimenti). Come risultato, oggi la capogruppo di Cernusco sul Naviglio, alle porte di Milano, gestisce una rete di 77 brand, con quasi 10mila addetti sparsi in tutto il mondo (di cui 2.000 in Italia), dove operano 55 stabilimenti produttivi. La guida della holding, affidata a un team di una trentina di persone, è “leggera”, lasciando alle aziende ampia autonomia (i general manager sono selezionati puntando a profili imprenditoriali), persino la possibilità di agire in concorrenza con altre realtà dello stesso gruppo.

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Un assetto originale che funziona, all’interno di un percorso di crescita gestito senza imprudenze finanziarie, tenendo i debiti sotto controllo, mantenendo in equilibrio quasi perfetto tempi di pagamento di clienti e fornitori, reinvestendo costantemente in azienda una quota consistente degli utili (quasi 600 milioni negli ultimi 5 anni) . Una politica, quest’ultima (i dividendi distribuiti nel 2016 sono stati 12,9 milioni, meno delll’8% dell’utile netto di gruppo) che ha spinto il patrimonio netto a dimensioni rilevanti, oltre gli 800 milioni, quasi la metà del passivo.

Il trend degli ultimi anni vede un progresso sistematico, che dal 2012 produce una redditività costantemente a doppia cifra, utili netti più che raddoppiati, con ricavi che crescono nello stesso periodo di quasi un miliardo, per crescita organica ma soprattutto attraverso acquisizioni.

L’evoluzione prevedibile della gestione, recita la nota in bilancio, vede il «proseguimento del percorso di crescita e un rafforzamento della posizione competitiva a livello internazionale».

Lo scrivono in tanti, qui è probabile accada.

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