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Dal Kenya la filiera sostenibile che contribuisce al trasporto low carbon

CREATO PER ENI

4' di lettura

“Dall’Africa c’è sempre qualcosa di nuovo”, scriveva nel primo secolo il naturalista latino Plinio il Vecchio. Affermazione ancora attuale dopo duemila anni, perché la sfida della decarbonizzazione globale oggi passa attraverso il continente africano, per il quale rappresenta al tempo stesso un’opportunità di superare il tradizionale modello di sviluppo, adottando fonti energetiche più pulite e più sostenibili. Si tratta di una sfida tecnica, ma anche sociale e politica, perché la transizione può apparire molto diversa nelle varie parti del continente, a seconda di fattori quali la disponibilità di risorse, lo stato delle infrastrutture esistenti e il livello di sviluppo economico.

Tra i Paesi che hanno fissato gli obiettivi più ambiziosi per mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici, c’è senz’altro il Kenya, che rappresenta la principale economia dell’Est Africa e uno dei più importanti mercati dell’Africa Sub-Sahariana. La spina dorsale della sua economia, che da quasi 10 anni registra tassi di crescita tra il 4 e il 6%, è il settore agricolo, che da solo vale il 65% dell’export, dà lavoro a circa il 40% della popolazione e contribuisce al 24% del Pil nazionale (Osservatorio Economico). Su questi solidi fondamentali che la rendono particolarmente affidabile per gli investitori internazionali, Nairobi, tra i firmatari dell'Accordo di Parigi, si è impegnata a ridurre le emissioni di gas serra del 32% entro il 2030 e a produrre biocarburanti; obiettivi che ben si coniugano con la strategia di Eni, che ha scelto di decarbonizzare tutti i suoi prodotti e processi entro il 2050 e negli ultimi anni ha avviato in diversi Paesi africani numerose iniziative per sviluppare la filiera dei biocarburanti. La strategia del cane a sei zampe - che ha definitivamente escluso l’olio di palma come carica alle bioraffinerie di Porto Marghera (Venezia) e Gela - è favorita dagli accordi stipulati con Irena (Agenzia Internazionale per le Energie Rinnovabili), per accrescere le competenze e le capacità delle istituzioni nazionali africane che operano nel settore. In particolare, l'iniziativa formativa di Capacity Building per l’agribusiness è la prima mai realizzata in questo ambito rivolta agli stakeholder istituzionali di Paesi africani.

Dove nasce la filiera agroindustriale che alimenta trasporti a ridotte emissioni
In questa visione il Kenya ha dunque un ruolo chiave e il progetto che Eni sta sviluppando nel Paese, dove è presente dal 2012, è in una fase industriale avanzata. Nelle aree target individuate di concerto con le autorità nazionali, è in corso la creazione di una rete di agri-hub per estrarre olio vegetale da materie prime agricole, i cosiddetti, agri-feedstock. Il piano già oggi coinvolge oltre 40 mila agricoltori che si stima arriveranno a 200 mila entro il 2026. I contadini coltivano il ricino, raccolgono le noci di croton, un albero spontaneo che cresce nel Paese, o il cotone, dalla cui lanuggine si estraggono i semi. Tali colture oleaginose sono promosse in aree degradate da fenomeni quali la siccità e l’impoverimento dei suoli, si combinano con rotazioni agricole e consociazioni, con il recupero di sottoprodotti agricoli e di scarti agroindustriali, e comprendono anche la valorizzazione di produzioni spontanee. In linea con le certificazioni di sostenibilità riconosciute dalle direttive europee, lo sviluppo di queste filiere agricole non compete quindi con la filiera alimentare, contribuisce alla rigenerazione di aree rurali degradate e non incide sulle risorse forestali. Gli agri-feedstock vengono poi consegnati all'agri-hub di Wote (Makueni), il primo impianto industriale di Eni al mondo che estrae olio vegetale dai semi.
Grazie a questo modello di integrazione verticale, Eni riesce ad assicurarsi volumi di olio vegetale in un contesto sfidante in termini di prezzi, crescente domanda di energia e disponibilità di oli derivanti da colture definitesostenibili.
Questi progetti contribuiscono alla creazione di nuovi posti di lavoro, promuovono la diversificazione economica e la generazione di ulteriori fonti di reddito, supportano lo sviluppo delle attività agricole e l’accesso al mercato dei piccoli agricoltori.

L’agri-hub di Makueni
Il primo agri-hub in Kenya è stato inaugurato nel luglio 2022, nella Contea di Makueni, e da lì è partito, nell’ottobre successivo, il primo cargo di olio vegetale destinato alla bioraffineria di Gela per la trasformazione in biocarburante destinato ai trasporti. Avviato con una capacità produttiva di 15 mila tonnellate l’anno, l’impianto keniota impiega oggi 140 persone, quasi tutti locali, e la previsione è di arrivare a circa 500 addetti quando anche gli altri agri-hub del Paese saranno completati, per raggiungere nel 2026 un target complessivo di 200.000 tonnellate di olio vegetale prodotto. Progetti simili sono in via di sviluppo, con diversi livelli di avanzamento, anche in Congo, Costa d’Avorio, Mozambico, Ruanda e Angola. In Kenya, Eni sta puntando anche al consolidamento di una filiera per la raccolta di olio alimentare esausto (UCO) in collaborazione con il settore HORECA (hotel, ristoranti, catering), con le aziende di trasformazione alimentare e con le piattaforme di food delivery, che grazie a Eni possono smaltire correttamente gli oli da cucina e ricevere un contributo economico per il materiale prodotto e reso disponibile per la bioraffinazione.
Inoltre, dall’aeroporto di Nairobi, lo scorso maggio, è decollato il primo volo di lungo raggio dal continente africano alimentato con carburante in parte composto dal SAF (Sustainable Aviation Fuel) di Enilive, identity di Eni Sustainable Mobility. Un passo importante, che conferma come le tecnologie e i processi all’avanguardia di Eni possano contribuire già oggi alla riduzione delle emissioni di CO2 nei trasporti.

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