Il libro

Dal mercato delle idee a quello delle verità viziate dai pregiudizi

di Antonio Nicita

(thodonal - stock.adobe.com)

4' di lettura

Il paradigma del mercato delle idee, che ha caratterizzato la costruzione giuridica e politica in merito alla centralità della libertà d’informazione nelle democrazie liberali, si fonda su due assunti: il buon funzionamento del mercato delle idee per il conseguimento della verità, nel solco di Mill, e l’attivismo dei fruitori di informazione, attraverso l’esercizio consapevole e razionale della propria libertà di scelta. Come hanno scritto gli economisti Gentzkow e Shapiro, nell’impostazione milliana del mercato delle idee i punti di vista confliggenti offerti da vari media si incontrano in una sorta di metaforico dibattito. Quando le prove a sostegno di ciascuna argomentazione sono poste l’una accanto all’altra, i consumatori d’informazione saranno in grado di distinguere il punto di vista che è vero.

Questi assunti si dimostrano assai arditi nella stagione del trionfo delle strategie di disinformazione che caratterizzano la società digitale. Specie in ragione della circostanza che esse hanno rivelato un maggior vigore rispetto al passato anche nei media tradizionali e non soltanto nel web.

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Appare, così, realizzarsi la profezia del professor Hal Varian, per molto tempo chief economist di Google: come la cattiva moneta spiazza quella buona, così la cattiva informazione spiazza quella corretta.

Dal lato della domanda di informazioni, riscontriamo un consumatore del tutto diverso da quello immaginato dai primi pensatori liberali. Si tratta, infatti, di un consumatore di informazioni nel mercato delle idee, del tutto disinteressato a un confronto aperto e intellettualmente onesto con chi la pensi diversamente, al fine di far emergere, socraticamente, la verità. Inoltre, è un consumatore sempre meno razionale, vittima, nel regno della manipolazione, di distorsioni cognitive e polarizzazione accelerate dalla capacità selettiva degli algoritmi online.

In questo contesto, il romantico confronto democratico non è affatto previsto. E quando, per caso, avviene, esso prende la forma dello scontro irriducibile che alimenta ulteriori spinte verso la polarizzazione e la presa di posizioni sempre più estremiste su ogni tema.

Il mercato delle idee come luogo di incontro e di scambio di idee tra persone che la pensano in modo diverso, si rivela spesso una illusione. Si affermano sempre più tante isole informative in cui persone che la pensano alla stessa maniera si incontrano, si polarizzano, si radicalizzano, rafforzando una identità che viene definita a partire dalla differenza con gli altri gruppi.

Tutto questo comporta la trasformazione del mercato delle idee in mercato delle verità. Rispetto al mercato delle idee, il mercato delle verità si mostra più isolato, più intransigente, più violento.
D’altra parte, difendere una verità ci appare assai più decisivo che difendere un’idea.

Il mercato delle verità è il luogo in cui la libertà d’espressione non solo non è più lo strumento selettivo-evolutivo delle verità, come agognato da Mill, ma diventa anzi un moltiplicatore di verità monopolistiche e alternative, grazie al quale ognuno compra e offre verità, crea il proprio gruppo, assume una identità, si isola dagli altri.

Non è più quell’ideal-tipo concorrenziale, in cui una mano invisibile smithiana arreca armonia. Semmai, il mercato delle verità somiglia di più alla configurazione di concorrenza monopolistica teorizzata da Edward Chamberlin, per cui un certo numero di venditori offre sul mercato beni o prodotti che, pur nati per soddisfare lo stesso bisogno, si presentano in modo differenziato e ricevono una domanda stabile e ripetuta. Tuttavia, se nella concorrenza monopolistica forti variazioni di prezzo inducono comunque i consumatori a cambiare fornitore, nel mercato delle verità difficilmente si realizzano spostamenti se non tra gruppi affini.

Il principale paradosso è che a trasformare il mercato delle idee in mercato delle verità non è stata una qualche limitazione delle libertà d’espressione, ma esattamente il processo opposto, in un ambiente caratterizzato da overload informativo, pluralità di fonti, selezione algoritmica e scarsità di attenzione. La possibilità di essere tutti giornalisti di sé stessi, di essere artefici e vittime della grande fabbrica della disinformazione, di essere esperti a portata di click, di confondere accesso alle informazioni con la conoscenza ha fatto il resto.

Nel mercato delle verità, la libertà d’informazione si espande come comunicazione personale, ma si ritrae come manifestazione pubblica, essendo sempre più limitata agli amici e al proprio gruppo, magari in contrapposizione ad altri gruppi target.

Di fronte all’avvento del mercato delle verità si registrano due atteggiamenti. Da un lato si pone il tema di indagare se siano necessarie nuove regole che ci possano riportare verso una dimensione accettabile di pluralismo e di confronto, depolarizzando gli scambi di idee, reintroducendo forme di verifica, di fact-checking, di etichettatura, insomma di moderazione della libertà d’espressione nel discorso pubblico (sul web e sui media tradizionali) e di contrasto alla disinformazione; dall’altro, c’è chi ritiene che, come ogni mercato, anche il mercato delle verità, lasciato a sé stesso saprà correggere i propri errori.

Il problema è che nel mercato delle verità, non c’è più traccia proprio della «modesta verità dei fatti» di cui parlava nel 1967 Hanna Arendt, né della distinzione tra fatti e opinioni. Sono i «fatti alternativi» a regnare, come dimostrano molto bene gli episodi delle ultime elezioni presidenziali americane o della (dis)informazione sul Covid-19.

Ed è certo un bel paradosso che l’epoca del trionfo della società della comunicazione finisca per isolarci sempre più dalla scoperta dell’altro, per renderci, come scriveva Reisman, una «folla solitaria».

In questo passaggio dal mercato delle idee al mercato delle verità viene in crisi tutta la costruzione e la finalità delle regole poste a tutela del pluralismo. Si pone dunque il problema di capire quali regole disegnare per contrastare il fallimento del mercato delle idee, tutelando la libertà d’espressione.

Occorre riflettere non solo sul tradizionale diritto a informare e a essere informati, ma anche su un diritto a non essere disinformati, ad esempio scegliendo autonomamente i gradi di profilazione e di esposizione alla disinformazione.

Ma prima ancora, occorre chiedersi: possiamo ancora parlare di “libera espressione” delle idee, una volta precipitati nel mercato delle verità?

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