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Dal piano 28mila ingressi nella Pa che ha perso 267mila dipendenti

Studio Intesa Sanpaolo: le norme sulle assunzioni valgono il 10% della perdita di personale dal 2009

Draghi: "Raggiunti obiettivi del Pnrr di questo semestre"

3' di lettura

Non è solo la crisi politica a circondare di incognite il percorso di attuazione del Pnrr italiano. Una delle più pesanti è nata prima, insieme al Piano stesso, e riguarda la capacità operativa di una Pubblica amministrazione invecchiata e impoverita negli anni dei tagli contro la crisi del debito pubblico, e ora impegnata nel progetto più ambizioso del Dopoguerra. Il problema ha occupato da subito le prime pagine dell’agenda del governo Draghi, che infatti ha moltiplicato le norme e le iniziative per garantire il «rafforzamento amministrativo» degli uffici pubblici italiani. Ma per ricostruire quel che è andato perso ci vuol tempo: e il cronoprogramma del Pnrr di tempo ne offre pochissimo.

L’analisi

Una conferma numerica del problema arriva da una nuova analisi realizzata nell’ambito del Monitor finanza locale della direzione studi e ricerche di Intesa Sanpaolo.

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Due cifre sono efficaci per riassumere i termini della questione: le assunzioni extra aperte dai decreti di questi mesi per il Pnrr sono circa 28mila, ma la Pubblica amministrazione italiana fra 2009 e 2020 ha perso 267mila persone in termini di unità equivalenti a tempo pieno: dieci volte tanto.

La sintesi è brutale, e può essere arricchita di qualche dettaglio. Il conto dei 28mila ingressi, a tempo determinato in un percorso che però apre alla possibilità successiva della riserva del 40% nei concorsi futuri per i posti stabili, si concentra sulle assunzioni esplicitamente previste e quantificate dalle norme sul Pnrr.

Al gruppo si possono aggiungere i contratti a tempo determinato aggiuntivi permessi nelle amministrazioni locali dall’evoluzione delle regole che misurano le facoltà assunzionali in base alla salute dei bilanci. Si tratta di circa 20mila posti, 15mila nei Comuni e 5mila in Province e Città metropolitane, ma il problema resta praticamente immutato per due ragioni.

I 20mila posti sono potenziali, perché in molti casi (soprattutto in Province e Città) le sofferenze dei bilanci reali non permettono di pagare davvero gli stipendi ipotizzati dalle regole. E le sole amministrazioni locali, nei calcoli realizzati da Intesa Sanpaolo elaborando i dati del Conto annuale del personale pubblico, i posti equivalenti a tempo indeterminato sfumati negli ultimi 11 anni sono 161mila: con una flessione del 10,7%, decisamente più marcata rispetto al -4,4% registrato nei ministeri e nel resto della Pa centrale. Ma c’è di più.

Il nodo dell’età media (elevata) dei dipendenti della Pa

Gli organici languono soprattutto dove i fondi del Pnrr si intensificano, cioè nel Mezzogiorno destinatario della riserva del 40% pensata per realizzare l’obiettivo della «coesione territoriale», trasversale a tutti gli interventi del Piano. Lo mostra bene un altro indicatore della crisi del personale pubblico: l’età media. È elevata ovunque, in una Pa in cui il dipendente-tipo ha superato i 50 anni nel 2019. Ma sale sopra i 55 anni nei Comuni di Campania, Sicilia e Basilicata, e gli over 55 sono la maggioranza (in alcuni casi i due terzi) dei dipendenti anche in Campania, Puglia e Molise. Si tratta di amministrazioni dove l’esodo verso la pensione promette di essere imponente nei prossimi anni, con un problema di turn over complicato da gestire mentre i progetti sono in piena corsa.

La parità di genere

Tra le promesse del Pnrr c’è anche la promozione della parità di genere nella Pa attraverso i criteri guida per il reclutamento e la mobilità. Ma anche in questo caso bisogna stare attenti.

La pubblica amministrazione italiana è già femminile, perché il 58% dei dipendenti pubblici sono donne.

Il problema è la «segregazione verticale», che riduce al 36% la quota femminile quando si guarda alla dirigenza e la schiaccia ulteriormente al 32% se ci si concentra sull prima fascia. Un fenomeno che per essere combattuto ha bisogno di politiche di conciliazione e di un cambio di cultura, oltre che di principi guida sul reclutamento.

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