Lo scenario

Dal Piemonte alla Liguria i liquori ora tornano di moda

Cresce l'interesse sul mercato per il rilancio di prodotti tradizionali, le imprese puntano su consorzi e disciplinari. Federvini: in dieci anni fatturati ed esportazioni in aumento

di Filomena Greco


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Le componenti botaniche del vermouth rosso Antica Torino

3' di lettura

Per il settore liquori e vini aromatici si tratta di un rilancio che passa attraverso il ritorno alla tradizione. Merito della valorizzazione geografica dei prodotti e della ricerca di qualità da parte dei consumatori. Anche Federvini parla di una rinascita dei liquori della tradizioni italiana, quelli alle erbe nel Nord Italia, i liquori a base di anice in Centro, gli amari da Nord a Sud. Senza dimenticare un salto negli spirits, dal gin Made in Italy alle grappe. Il Piemonte - terra di moscato e di brand storici come Cinzano, Martini&Rossi, Riccadonna e da poco anche il Villa Ascenti Gin di Diageo - insieme a Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, è tra le regioni a maggiore concentrazione produttiva, in Valle d’Aosta invece è forte la tradizione dei liquori come il Genepy mentre in Ligura si va dai liquori tipici - al basilico o al rosmarino - fino all’Amaretto di Sassello originario dell’entroterra savonese.

«Il mercato in generale registra un calo progressivo dei consumi - sottolinea Ottavio Cagiano, direttore generale di Federvini - ma i consumatori cercano una maggiore qualità nei prodotti e hanno una attenzione verso proposte particolari, questo ha favorito il rilancio dei liquori della tradizione italiana, a cominciare dal Vermouth in Piemonte fino al Genepy, prodotto sia piemontese che valdostano». Proprio la connotazione geografica prevista dalla normativa europea a partire dal Duemila ha favorito il recupero delle ricette tradizionali e ha messo in moto un sistema fatto di consorzi e disciplinari. «Oggi c’è una grande attenzione verso i piccoli e medi produttori, che hanno trovato anche maggiori spazi di mercato» aggiunge Cagiano.

L'imbottigliamento dell'Amaro Camatti

Secondo l’Osservatorio Wine & Spirits lanciato da Federvini in occasione dell’ultima assemblea annuale, realizzato in partnership con Nomisma e Mediobanca, uno degli indicatori dello stato di buona salute del comparto è rappresentato dalle esportazioni. L’Italia è il secondo esportatore al mondo di vino dopo la Francia, ma sta crescendo anche il peso degli spirits, con la produzione italiana in ottava posizione con un valore dell’export pari a 970 milioni nel 2018 - i liquori occupano una quota del 42% e fanno dell’Italia il secondo esportatore al mondo dopo la Germania - e un market share ancora basso, pari al 4%, ma in crescita nel decennio. Le aziende del comparto, molto orientate all’export, stanno crescendo a livello nazionale: tra il 2013 e il 2017 nel settore spirits la crescita media del fatturato è stata del 2,1%, per i liquori del 2,6%.

In Piemonte i produttori di Vermouth ad esempio sono diventati un consorzio, hanno definito un disciplinare e dal 2017 hanno fondato l’Istituto del Vermouth di Torino presieduto da Roberto Bava, ceo di Cocchi. Domani, 16 novembre, appuntamento con le principali etichette per un momento dedicato a degustazioni e workshop in città. Doppio versante geografico, invece, per il Genepy, liquore tipico realizzato con l’artemisia mutellina raccolta in montagna. «Acquistiamo la materia prima coltivata sopra i 1.400 metri direttamente dai coltivatori - racconta Carlo Vergnano, fondatore di Torino Distillati a Moncalieri - e il disciplinare messo a punto per il Genepy piemontese prevede che il liquore abbia almeno 7 grammi di pianta essiccata, così da garantire aroma e profumo inconfondibili». L’azienda storica di Moncalieri - uno stabilimento con oltre cento anni di vita alle spalle, rilevato da Vergnano nel 1992 dalla multinazionale canadese Seagram - produce il Genepy distribuito nella Gdo, con il marchio Terre d’Italia di Carrefour, ma è anche parte del Consorzio del Vermouth di Torino e si occupa inoltre di imbottigliamento di lotti di nicchia per le multinazionali. Il 70% della produzione è rappresentato infatti da private label e copacking per conto di grandi gruppi. «Abbiamo tre linee di imbottigliamento e un sistema di etichettatura molto particolare - spiega Vergnano - siamo in venti e lavoriamo su due turni». La Torino Distillati, insieme alla Bordiga di Cuneo e altri produttori, ha sostenuto la nascita della denominazione geografica del “Genepy del Piemonte” puntando su una produzione sempre più qualificata. Sul fronte valdostano la tradizione del Genepy invece porta invece il nome delle Distillerie Saint Roch.

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