il caso di torino e genova

Dal radiologo a casa all’infermiere di famiglia, le ricette contro la carenza dei medici

Si moltiplicano le iniziative per valorizzare le professioni sanitarie: dall’infermiere ai tecnici. Iniziative su cui la Fiaso, la Federazione delle aziende sanitarie e ospedaliere , insieme alla Regione Liguria ha acceso i riflettori.


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Sarà per l’allarme carenza o perché il peso e la diffusione delle malattie croniche impongono un cambiamento dei modelli di assistenza, fatto sta che a livello locale si moltiplicano le iniziative per valorizzare le professioni sanitarie: dall’infermiere ai tecnici. Iniziative su cui la Fiaso, la Federazione delle aziende sanitarie e ospedaliere , insieme alla Regione Liguria ha acceso i riflettori. «Un passaggio importante, perché se da un lato la carenza di personale sollecita l'adozione di un piano di assunzioni, dall'altro è bene far tesoro delle esperienze territoriali che valorizzando le professionalità sanitarie hanno già dimostrato di migliorare qualità e quantità dei servizi offerti, ottimizzandone nel contempo i costi», spiega il presidente Fiaso, Francesco Ripa di Meana.

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Portare i servizi di radiologia a casa dei pazienti più fragili e nelle Residenze socio-sanitarie, utilizzando una strumentazione portatile in grado di fornire radiografie con buona qualità di immagini e sfruttando poi la banda larga per il tra-sferimento delle immagini e la loro refertazione. È l’essenza di R@dhome, il progetto sperimentale di ra-diologia domiciliare avviato (primo caso in Italia) dalla radiologia ospedaliera della Città della salute di Torino e rivolto in particolare a persone anziane disabili o comunque in condizioni tali da rendere difficile il trasporto in ospedale. Il servizio è garantito cinque giorni alla settimana da due équipe formate da due tecnici di radiologia medica, che riescono a fornire il servizio domiciliare a 20 pazienti al giorno. La prescrizione dell'indagine e la sua refertazione sono invece competenza del medico radiologo. Un modello pensato per fronteggiare lo tzunami geriatrico che ha investito l'Italia (e l'area del Nord Ovest in particolare), venendo incontro alle esigenze di anziani spesso afflitti da comorbilità e con disturbi cognitivo-comportamentali a rischio di aggravarsi con il trasferimento in un luogo estraneo come l’ospedale.

Affidare a un infermiere di famiglia e comunità (Ifec) il compito chiave, in collaborazione con il medico di famiglia e altri attori delle cure primarie, di rilevare precocemente i fattori di rischio e prendere in carico la bassa soglia socio-sanitaria. A sperimentare il modello dell'Ifec, la Regione Liguria con il Piano socio-sanitario del triennio 2017-2019, che prevede lo sviluppo dell'infermieristica di famiglia e comunità nelle aree interne, con l'obiettivo di in-tervenire proattivamente sulla popolazione anziana e fragile, migliorando il coinvolgimento della persona nelle scelte terapeutiche e nell'aderenza a queste. L'iniziativa prende le mosse dal progetto europeo «Consenso»» (Community nurse supporting elderly in a changing society), che prevede l'implementazione di un servizio a sostegno degli over 65 con il supporto dell'Ifec nelle aree montane e rurali, dove l'isolamento rende ancora più difficile la vita degli anziani.

«Area cure infermieristiche» è il primo reparto in Nord Italia, attivo all'Ospedale Galliera e alla Aspe Brignole, in cui i pazienti sono affidati, dal punto di vista organizzativo-assistenziale, al personale infermieristico. Un approccio - adottato grazie al raggiungimento di una sempre maggiore autonomia professionale e consapevolezza di questi professionisti – che prevede la presa in carico dei pazienti che abbiano superato la fase acuta ma che necessitino ancora di cure infermieristiche complesse, prima del rientro a domicilio o in residenze sanitarie assistenziali. Questo modello innovativo, che prevede la presenza di un'équipe dedicata (1 coordinatore infermieristico, 7 infermieri e 6 operatori socio-sanitari all'Ospedale Galliera; 1 coordinatore infermieristico, 7 infermieri e 4 operatori socio-sanitari all'Aspe Brignole) ha consentito la riduzione dei re-ricoveri in pronto soccorso, il calo dei tempi di attesa per ricoveri di elezione, oltre alla realizzazione della continuità della presa in carico e delle cure anche dopo le dimissioni dall'ospedale, permettendo una maggiore integrazione ospedale-territorio.

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