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Dal Regno Sabaudo alle mosse del Governo: continua la telenovela delle Province

Il ministro Calderoli incontra l’Upi (Unione delle province d’Italia): obiettivo ripristino degli enti per supporto ai Comuni

Il ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Roberto Calderoli (foto imagoeconomica)

4' di lettura

Sono state per molto tempo emblema dei costi della politica da tagliare, delle odiate poltrone. Istituite prima dell’Unità d’Italia, sotto il Regno Sabaudo, confermate dai padri costituenti nel passaggio dalla monarchia alla Repubblica, riviste profondamente nel ruolo e nell’organizzazione dalla riforma Delrio, nove anni fa, ora le Province sembrano tornare alla ribalta. Il ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Roberto Calderoli, ha confermato la sua «piena e convinta volontà che si debba procedere a una riforma per il ripristino delle Province in un’ottica di condivisione e leale collaborazione». Il ministro ha incontrato l’Upi (Unione delle province d’Italia).

Un supporto ai Comuni

«L’intento, mio e penso di tutti, - ha detto Calderoli - è quello di ridare piena dignità alle Province per fare in modo che possano garantire appieno servizi ai cittadini e supporto adeguato ai Comuni. Sono convinto che, lavorando uniti nella stessa direzione, riusciremo a far tornare a casa Lassie». Le questioni aperte, ha spiegato il ministro, sono molte: «Si passa dalle modalità elettorali per il ripristino dell’elezione diretta di presidente e consiglio provinciale alla possibilità di prevedere una vera e propria giunta provinciale, senza tralasciare il tema dell’attribuzione delle funzioni e di un reperimento delle risorse che garantisca l’operatività dell’ente e in questo modo anche la fruizione dei servizi da parte dei cittadini».

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I progetti in Parlamento

Nei colloqui con le forze politiche, ha rivelato Calderoli, «mi è stata espressa la volontà che l’iniziativa resti parlamentare e non governativa». Il “ritorno delle province” è già in quattro diversi progetti di legge (a firma Fi, FdI, Lega, Pd; sono attesi anche da M5s e Iv): tutti chiedono di andare in una direzione contraria a quella espressa nove anni fa dalla riforma Delrio, quest’ultima connessa al progetto di revisione costituzionale voluto dall’ex premier Matteo Renzi, stoppato dai cittadini nel 2016. Sui delinea la nomina di un comitato ristretto, con la funzione di predisporre un testo base.

Una riforma quella targata Delrio che in sostanza ha ridimensionato le competenza delle Province e cancellato con un colpo di spugna l’elezione popolare sia del presidente sia del consiglio provinciale: sono i consiglieri comunali a eleggere i vertici di ciascuna provincia. Una soluzione che ha determinato uno scostamento tra le province e i cittadini. Ora la richiesta è di tornare indietro.

La riforma Delrio

La riforma degli enti locali introdotta con la legge 56 del 2014 (la cosiddetta “legge Delrio”) ha ridefinito l’ordinamento delle province: le 86 a statuto ordinario sono state definite “enti di area vasta” e i relativi organi – il presidente della provincia e il consiglio provinciale - sono divenuti, appunto, organi elettivi di secondo grado. La governance, sulla base di quello schema, si completa con l’assemblea dei sindaci, composta dai sindaci dei comuni appartenenti alla provincia. La riforma Delrio ha previsto che il numero dei consiglieri delle nuove Province fosse dimezzato: da 700 assessori provinciali e 2.700 consiglieri, con la riforma ogni consiglio provinciale è passato a 10-16 consiglieri a titolo gratuito. Le disposizioni sulle province non si applicano alle province autonome di Trento e di Bolzano e alla regione Valle d’Aosta. Le regioni a statuto speciale Friuli-Venezia Giulia, Sardegna e Sicilia adeguano i propri ordinamenti interni ai princìpi della legge, entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della stessa.

Il progetto di revisione costituzionale e il referendum del 2016

La riforma Delrio sarebbe dovuta essere temporanea, in quanto si accompagnava al progetto di riforma costituzionale che prevedeva la soppressione delle province quali enti costituzionalmente necessari. Venuto meno il progetto di revisione costituzionale, all’esito del referendum del 4 dicembre 2016, si è aperto il dibattito sull’opportunità di un nuovo intervento legislativo. In questo contesto, il decreto legge 91/2018 ha disposto l’istituzione di un tavolo tecnico-politico, presso la Conferenza Stato-città e autonomie locali, per la redazione di linee guida finalizzate a una serie di obiettivi, tra i quali l’avvio di un percorso di revisione organica della disciplina in materia di ordinamento delle province e delle città metropolitane. Nel corso degli ultimi anni sono intervenute inoltre alcune disposizioni che hanno modificato la disciplina delle elezioni provinciali.

Il gruppo di studio per la modifica dell’ordinamento degli enti locali

Il 6 luglio 2020 si è insediato presso il Ministero dell’interno un gruppo di studio per la modifica dell’ordinamento degli enti locali, nominato dal Ministro pro tempore, anche in vista della elaborazione di uno specifico disegno di legge delega in materia. I lavori di elaborazione del disegno di legge sono proseguiti nel corso della legislatura e il disegno di legge di revisione del TUEL è stato dichiarato collegato alla manovra di bilancio nella Nadef 2020 e nella Nadef 2021. Tuttavia il provvedimento non è stato presentato alle Camere entro la fine della legislatura.

Le risorse

Durante l’emergenza pandemica Covid, l’espletamento delle funzioni fondamentali delle province è stato sostenuto, nel 2020 e nel 2021, mediate un Fondo per l’esercizio delle funzioni fondamentali. Il carattere straordinario e non continuativo che ha caratterizzato le misure finanziarie adottate per far fronte alla crescente difficoltà delle province di adempiere alle proprie funzioni, ha inciso sulla capacità di programmazione degli enti, tanto da indurre lo stesso legislatore a prevedere in questi ultimi anni la facoltà per questi enti di ridurre l’orizzonte di bilancio dal triennio al singolo anno. E anche questa esigenza ha spinto gran parte delle forze politiche a mettere al centro dell’agenda un restyling di quanto fatto nove anni fa.


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