contrasto alla povertÀ

Dal Rei al reddito di cittadinanza: passaggio a rischio caos

di Valentina Melis

(Agf)

3' di lettura

Lavoro e reddito di inclusione, avanti piano. Mentre si attendono le regole del futuro reddito di cittadinanza, che il Governo ha intenzione di far partire nei primi mesi del 2019, nei Comuni stanno partendo a rilento i percorsi di inclusione lavorativa e sociale per i beneficiari del Rei, la misura di contrasto alla povertà introdotta dal Governo Gentiloni.

A un anno dall’entrata in vigore del decreto che ha delineato le regole del reddito di inclusione (il Dlgs 147/2017), i progetti personalizzati per le famiglie e soprattutto i percorsi di riavvicinamento al lavoro (abbinati al sostegno economico da 188 a 540 euro al mese), sono ancora ai primi passi. È quanto emerge dall’indagine realizzata dal Sole 24 Ore del Lunedì in alcuni dei Comuni maggiori, da Nord a Sud, nei quali i percorsi di inclusione lavorativa sono partiti per poche centinaia di beneficiari (in totale, il Rei è percepito da 267mila famiglie, 841mila persone).

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Le cause del ritardo
Le cause di questo ritardo sono diverse: innanzitutto, i progetti di inclusione legati al Rei - quattro tipologie di intervento in base ai bisogni della famiglia - richiedono il coordinamento di diversi attori nel territorio: servizi sociali e specialistici del Comune, responsabili delle politiche abitative e del lavoro, centri per l’impiego.
Un altro elemento sottolineato da diversi interlocutori è che una parte dei beneficiari del reddito di inclusione non può essere facilmente reinserita nel mondo del lavoro, perchè ha un’età elevata o perché ha situazioni di fragilità tali da non poter avere un’occupazione fissa (ad esempio per problemi di dipendenze o patologie psichiatriche).
L’ultimo elemento riguarda le offerte di lavoro realmente disponibili nel territorio e le difficoltà dei centri per l’impiego, che, come spiega l’assessore alle Politiche sociali del Comune di Torino, Sonia Schellino, «non hanno certo un carnet di offerte di lavoro da presentare. Bisogna considerare poi - aggiunge - che alcuni dei beneficiari del Rei presi in carico dal Comune hanno un’età vicina ai 60 anni e magari sono usciti dal mercato del lavoro dieci anni fa. La domanda di lavoro deve anche trovare un’offerta adeguata».

Non a caso la riforma dei 552 Centri per l’impiego è stata messa al centro del programma del Governo, come elemento cardine del futuro reddito di cittadinanza, l’assegno destinato a pensionati, disoccupati e lavoratori “poveri”, con un reddito inferiore a 9.360 euro all’anno.
«Che ci sia bisogno di una riforma del centri per l’impiego è evidente», spiega Giuseppe Mattina, assessore alla cittadinanza solidale del Comune di Palermo. «Chi cerca un lavoratore - continua - non si rivolge ai Cpi, ma ai conoscenti o alle agenzie private per il lavoro. In Sicilia il personale nei centri non manca, è proprio il sistema che non funziona».
A Genova i cinque centri per l’impiego sono già stati già potenziati, ciascuno con un operatore in più, proprio per il Rei. «Una misura della quale dovremmo vedere gli effetti - spiegano dai servizi sociali del Comune - nei prossimi quattro-cinque mesi».

Che cosa salvare del Rei
Nel documento programmatico di bilancio 2019 inviato dal Governo alla Commissione europea si legge che il reddito di cittadinanza «supera dal 1° gennaio 2019 il reddito di inclusione, operativo dal 2018». Dai Comuni emerge l’auspicio che con la nuova misura non si focalizzi l’attenzione solo sul sussidio economico e sulla dimensione lavorativa, perdendo la parte di “presa in carico” delle famiglie sulla quale le amministrazioni hanno lavorato in questi mesi: «Non azzeriamo quello che è stato fatto finora: sarebbe un danno enorme alle persone in difficoltà», sottolinea Pierfrancesco Majorino, assessore alle politiche sociali a Milano.

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