IL PRESSING SU CONTE

Dal rimpasto ai ricongiungimenti familiari a Natale, alla cabina di regia, quando Renzi si smarca dal governo

Il redde rationem finale con il presidente del Consiglio potrebbe avvenire una volta messa in sicurezza la legge di bilancio. Rimpasto, Conte-ter, crisi di governo vera e propria: a gennaio ciascuna delle tre opzioni potrebbe rivelarsi plausibile

di Andrea Carli

Governo, l'appello di Conte alla maggioranza: "Serve coesione"

4' di lettura

L’istinto del rottamatore, con il quale ha scalato il Pd, non è scomparso. La strategia di Matteo Renzi, oggi leader di Italia Viva, una formazione politica che ha creato con i suoi fedelissimi e che secondo i sondaggi naviga sulla soglia del 3% (alle ultime regionali, nella sua Toscana il partito si è fermato poco sotto il 5%), è quella di tenere costantemente sulle spine gli alleati di governo, ovvero le forze di maggioranza che con lui sostengono il Conte due, nato dall’abbraccio tra M5s e Pd.

Lo scenario è quello di una partita a scacchi continua. Oggetto del forcing è proprio il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Il redde rationem finale, è la sensazione, potrebbe avvenire una volta messa in sicurezza la legge di bilancio. Una volta garantita la conversione del disegno di legge, cosa che dovrà avvenire entro il 31 dicembre se si vuole scongiurare l’esercizio provvisorio, l’esecutivo potrebbe navigare davvero a vista. Rimpasto, Conte-ter, crisi di governo vera e propria: a gennaio ciascuna delle tre opzioni potrebbe rivelarsi plausibile. Renzi svela un malessere verso la gestione del premier che è avvertito anche da altre forze della maggioranza.

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I dossier divisivi

Dal cavallo di battaglia del rimpasto nella squadra di governo, che il senatore di Rignano torna regolarmente a chiedere con una certa insistenza ogni volta che le fibrillazioni e i veti reciproci all’interno della maggioranza mettono in stallo le iniziative dell’esecutivo - ma Conte chiude -, fino al pressing contro una cabina di regia a tre (Conte, Gualtieri e Patuanelli) per la gestione del Piano nazionale di ripresa che dovrebbe far arrivare all’Italia 209 miliardi, tra prestiti e risorse a fondo perduto, non sono poche le occasioni in cui Renzi si è smarcato dalla linea scelta da quel governo che lui stesso contribuisce a mantenere in vita. Un po’ rottamatore e un po’ bastian contrario, con toni che si sono fatti via via più aspri, fino a ventilare l’ipotesi che Italia Viva sul Recovery Fund vada allo strappo definitivo e faccia saltare il banco («circa il rischio di una rottura, spero proprio di no, ma temo di sì», ha confidato in una recente intervista al Tg2). Non tutti i ministri sono convinti che Renzi voglia andare fino in fondo: secondo alcuni, dietro lo “show”, non c'è voglia reale di rottura, anche perché lo spauracchio restano le elezioni.

La sfida con Conte sulla governance del Recovery Fund

Scottato dalle resistenze di Conte all’ipotesi di un rimpasto di governo, l’ultima offensiva renziana è sul Recovery Plan, e in particolare su quella che sarà la governance dei progetti finanziati dai fondi europe. La sfida tra Iv e il premier è totale. Renzi non vuole, in nessun modo, la task force tecnica pensata da Palazzo Chigi per la gestione dei progetti. Conte ha abdicato dall'idea di inserire la cabina di regia attraverso un emendamento alla manovra, all’esame della Camera, ed è pronto a ulteriore modifiche. Il risultato è che una decisione sulla governance è stata rimandata. Il decreto legge ad hoc che dovrebbe disegnarla è per il momento in stand by.

Il pressing per chiedere i 36 miliardi del Mes sanitario

C’è poi il nodo del Meccanismo europeo di stabilità. Renzi preme affinché l’Italia, travolta dalla seconda ondata di contagi Coronavirus, prenda i 36 miliardi del Mes sanitario, e che pertanto si superi il veto dei Cinque Stelle su questo dossier.

L’ultimatum nell’intervento al Senato

Conte ha effettuato delle comunicazioni in Senato sulla riforma del fondo Salva Stati, in vista del Consiglio europeo del 10 e 11 dicembre. Renzi ha preso la parola in aula,dopo l’intervento del presidente del Consiglio. Era l’intervento più atteso della lunga giornata parlamentare. Ed è stato un intervento tutto votato all’attacco. Un attacco duro, forse più duro nel previsto. Renzi ha sfidato apertamente il capo del governo. Se il presidente del Consiglio vuole poltrone «le nostre sono a disposizione». «Per giocare pulito e trasparente - ha poi aggiunto - noi di Italia Viva diciamo: se nella manovra c'è un provvedimento sulla governance del Next generation Eu e se c'è un provvedimento sulla fondazione dei servizi segreti, noi votiamo contro. Lo diciamo per tempo».Parole che suonano come un utlimatum. Alla fine la risoluzione della maggioranza sulla riforma del Mes è passata con 156 sì, 129 no e 4 astenuti. «Sono tranquillo, certo», ha detto Conte rispondendo, lasciando Palazzo Madama, a chi gli chiedeva se fosse “tranquillo” dopo le parole di Renzi.

La richiesta di correzioni sulle misure anti Covid

Le distanze tra Italia Viva e gli alleati sono emerse anche su un altro dossier delicato, quello dell’emergenza sanitaria. I renziani si sono smarcati sulle soluzioni adottate per contenere la diffusione del Covid-19. Si sono battuti per modificare il Dpcm del 3 novembre e rendere possibili i ricongiungimenti familiari a Natale, e poi ancora contro i limiti imposti a bar, ristoranti e al mondo della cultura (teatri e cinema), mettendo in evidenza in questo caso la necessità di corroborare la decisione di chiudere con dati scientifici in quanto, è stato il ragionamento dei renziani (e del loro leader) non si possono prendere decisioni sulla base delle «emozioni di un singolo ministro» (un messaggio, quello dell’ex premier, che è spesso coinciso con quello lanciato dall’opposizione di centrodestra). Renzi ha criticato l’obbligo di indossare la mascherina quando si fa jogging.

Già nella prima fase dell’epidemia aveva espresso critiche sostanziali nei confronti della strategia dell’esecutivo, ricordando che il governo non poteva tenere il paese «agli arresti domiciliari» o accusandolo di calpestare la Costituzione. Critiche durissime, piovute a più riprese su Palazzo Chigi. Non è passato inosservato il fatto che dietro a quegli attacchi non ci fosse un esponente dell’opposizione, ma il leader di una forza politica che di quell’esecutivo è azionista.

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