le stime degli economisti

Dal rincaro temporaneo del greggio impatto modesto su crescita e inflazione

di Morya Longo


Perché l’attacco al petrolio saudita ha sconvolto il mercato

3' di lettura

Ci mancava solo lo shock petrolifero. Un «crudo risveglio», come scrivono gli economisti di Citigroup. In un’economia globale che frena, con le banche centrali che cercano di ravvivarla in tutti i modi, il super-rincaro del greggio sembra arrivare come il colpo di grazia. Inaspettato. Violento. E, proprio nel giorno in cui la Cina annuncia la brusca frenata della produzione industriale, sembra suonare come una cupa campana. Eppure dagli economisti arriva un messaggio parzialmente rassicurante: a meno che la situazione non precipiti in Medio Oriente, questo rincaro del greggio non dovrebbe pesare in maniera insostenibile né sull’economia globale né sull’inflazione.

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L’impatto probabilmente ci sarà. Ma non sarà lo scacco matto all’economia globale. Citigroup stima per esempio che un balzo strutturale del prezzo del petrolio del 10% conduca a un aumento dell’inflazione di 0,36 punti percentuali. Il Fondo Monetario calcola che un analogo rincaro del greggio eroda la produzione globale dello 0,1% per due anni. Intesa Sanpaolo, guardando alla sola Italia, calcola un possibile calo del Pil di 0,1 punti percentuali e un aumento dell’inflazione di 0,3 nel 2020 (assumendo un rincaro strutturale di 10 dollari al barile). Effetti negativi, certo. Che arrivano nel momento sbagliato. Ma non drammatici.

L’impatto sull’economia

I motivi per cui le preoccupazioni (che ci sono) restano per ora contenute sono due. Da un lato, rispetto ai decenni passati, l’economia globale è oggi meno dipendente dal petrolio. Dagli anni ’90 ad oggi l’intensità energetica è calata del 32%: questo significa che per ottenere la stessa quantità di produzione, c’è bisogno del 32% in meno di energia. In parole povere: il motore dell’economia mondiale è oggi più efficiente. Consuma meno. Dall’altro le scorte di petrolio sono in grado di far fronte per un certo periodo alla mancanza di produzione da parte di Saudi Aramco, la società saudita potrebbe essere in grado di ripristinare in tempi non lunghi la produzione e lo shock potrebbe rientrare.

«Non prevediamo disastri nell’economia globale - scrivono quindi gli economisti di Capital Economics -. La produzione saudita potrebbe tornare ai ritmi normali abbastanza velocemente e se anche se questo non accadesse le implicazioni per i prezzi del petrolio e l’inflazione dei Paesi industrializzati dovrebbero restare limitate». Ovvio, però, che tutte queste previsioni sono soggette a grande aleatorietà. Ancora non si sa quanto durerà il calo della produzione. Ancora non si sa se l’attacco a Saudi Aramco provocherà reazioni statunitensi. Ancora non si sa se questo evento resterà isolato oppure no. Per cui solo l’incertezza, unita al rincaro del greggio, un impatto in ogni caso ce l’avrà. Ma - ripetiamo - per ora nessuno prevede nulla di drammatico. E nulla - come sostiene Paolo Mameli, economista di Intesa Sanpaolo - che costringa le banche centrali a ulteriori interventi ad hoc fuori programma.

Gli effetti sui mercati

La reazione di ieri dei mercati è coerente con questa cauta preoccupazione. Le Borse sono scese, vero, ma tutte meno dell’1%. Wall Street in serata perdeva meno dello 0,5%. I rendimenti dei titoli di Stato sono diminuiti in Germania e negli Stati Uniti (tipico movimento delle situazioni incerte), ma anche qui gli scostamenti sono stati minimi: il tasso del Bund tedesco è calato per esempio da -0,45% a -0,48% e quello dei Treasury Usa di 6 punti base. Non si tratta di movimenti indicativi di panico. Né di game changer sull’economia. A dispetto del drammatico balzo del petrolio (20% in mattinata), sembra che sul resto dei mercati la reazione sia stata ben più cauta.

Si tratta infatti di movimenti ben inferiori a quelli registrati in occasione di shock petroliferi simili del passato. Dagli anni ’90 ad oggi - calcola Capital Economics - nei 10 giorni che hanno registrato i maggiori balzi del prezzo del petrolio, le reazioni erano state infatti ben peggiori: in media Wall Street aveva accompagnato il balzo del greggio con un calo dello 0,9%, contro lo 0,3% di ieri (in serata). E i rendimenti dei titoli di Stato Usa sono solitamente saliti per i timori di inflazione (in media di 0,4 punti percentuali) contro il calo di ieri. Insomma: preoccupazione sì, panico no. Ma la storia è tutta da scrivere.

@MoryaLongo

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