Sfilate

Dal serial televisivo di Gucci all’asta di Prada: nuove sfilate (senza passerelle)

di Angelo Flaccavento

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3' di lettura

L’attuale situazione sta spingendo con forza la moda nel dominio del puro entertainment. In nome del contenuto, viatico di ipotetici, robusti commerci al momento esperibili in formato web e quindi bisognosi di un afflato narrativo, si è passati alla produzione di immaginari a scopo puramente ricreativo - ma se si compra è meglio, e in ogni caso fascinazione e aspirazione ci guadagnano. Il movimento è attivo da un decennio ormai: Miuccia Prada in tempi non sospetti ha avviato il progetto Miu Miu Tales in collaborazione con cineaste emergenti e non, ma lo scenario pandemico, con la virtualizzazione imposta di ogni forma di socialità e interazione, ha dato un abbrivio si direbbe atomico. Come la bomba, ecco.

Questione (anche) di budget

Si naviga a vista, senza previsioni sul futuro immediato. Gennaio è troppo vicino per immaginare riunioni in presenza, febbraio-marzo non è detto. Per ora quindi rimane tutto frammentato su canali remoti con tempi di uscita autogestiti: un liberi tutti nel quale vale tutto, e i piccoli soccombono perché se non hai un piano geniale, ci vuole un budget faraonico. Si è persa la dimensione di simposio. Hic et nunc, nel divide et impera, Gucci sbaraglia la concorrenza, in termini progettuali più che estetici, e parcellizza la presentazione della collezione p/e 21 in un serial televisivo, trasmesso su YouTube, Weibo e sul canale GucciFest.com, con premiere di ciascun nuovo episodio alle 21 esatte. Prima serata, non orari a casaccio, e in più, come in un festival, piccole video pillole di designer emergenti come contorno. Co-registi del serial sono il direttore artistico Alessandro Michele e Gus Van Sant, autore di pellicole cult come Elephant, Last days e My Own Private Idaho (del quale una tranche fu girata a Roma esattamente trent’anni fa). La nuova collezione da mostrare, in questo caso, è mero pretesto: la formula, in termini moda, è canonica, la stessa degli ultimi cinque anni, con tanto di look che ritornano a mo’ di autocitazione. Piuttosto, è il passaggio della casa di moda a casa di produzione cinematografica a significare. L’immaginario di un designer diventa storia - o non storia: nel caso di Gucci il senso è sempre nell’accozzaglia caotica delle congiunzioni balzane, e il titolo Overture of Something that never ended la dice lunga - e questo mette Gucci in concorrenza, appunto, con i produttori di intrattenimento, non con gli altri brand di moda. È un salto quantico, il cui limite intrinseco sta paradossalmente nell’estetica terribilmente nostalgica e autoreferenziale.

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Foto e scenografie battute all’asta

In tema di intrattenimento adrenalinico, Prada crea un’asta invece della campagna pubblicitaria, e collabora con una casa d’aste vera, Sotheby’s, perché tutto si svolga secondo i crismi. Vengono battuti pezzi della collezione A/I 20/21, stampe fotografiche, inviti e parti delle scenografie. Il ricavato è devoluto in beneficienza, ma la scelta di un linguaggio elitarista non coinvolge nè travolge.

Il punto nodale della parcellizzazione intrattenitiva in corso è infatti comunicare con il pubblico in maniera diretta, emozionale, evitando la mediazione dei canali di settore, controllando tutti gli aspetti del messaggio, anche le storie, anche le personalità. Tutto. Mica come ieri che gli stilisti prestavano abiti ai registi e già quello era sufficiente. Oggi no, lo storytelling è totale, ma anche goffo: nei film di Gucci i passaggi di camera su abiti e accessori abbassano il tono registico al livello dello spot.

La rivincita della carta

Interessante piuttosto il ritorno, di nicchia ma deciso, all’intrattenimento analogico, cartaceo. Guida l’ondata Jonathan Anderson, che da Loewe, JW Anderson e 1 Moncler Genius evita il virtuale per mandare a casa degli invitati box di varia misura, con ephemera di ogni genere, dai poster ai dischi autosuonanti, citando in modo personale mail art e arte processuale attraverso oggetti tangibili che cristallizzano in un reperto il momento storico irripetibile. Valentino, similmente, produce un libro - Valentino Garavani VLogo Signature - chiamando a raccolta le riviste indipendenti e lasciando carta bianca ai creativi per rinfrescare, con occasionale eccesso di intellettualismo, l’appeal del logo.

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