Interventi

Dal sovranismo del popolo al paternalismo di Stato

di Flavio Felice e Maurizio Serio

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3' di lettura

Il paternalismo in politica sembra rappresentare lo stile di governo di questa Terza Repubblica e il reddito di cittadinanza la sua cifra esemplare. Eppure non è dalla benevolenza dei governanti, per parafrasare il celebre adagio di Adam Smith o l'imperium paternale di kantiana memoria, che nella nostra vita istituzionale potremmo ottenere più democrazia ed ampliare i margini della libertà. La tentazione di surrogare la responsabilità individuale con forme di orientamento dall'alto dei nostri stili di vita risponde, almeno retoricamente, alla pretesa conoscenza di un supposto bene comune superiore: del popolo, della comunità, della società da parte della cricca momentaneamente al potere. Nel passato più prossimo si è arrivati a teorizzare persino un ossimorico “paternalismo liberale” che oggi vediamo essersi rovesciato, nonostante le supposte “buone” intenzioni, in prevaricazione illiberale sulle ragioni dell'altro, in nome di roboanti “soluzioni politiche” da contrapporre a chiunque avanzi critiche in nome della competenza.

Con il termine paternalismo s'intende quel complesso di politiche sociali ispirate ad un “principio autoritario”, ma nel contempo promotrici di “attività assistenziali” pensate nell'interesse della popolazione, la cui finalità, tuttavia, sarebbe quella di “neutralizzare le istanze democratiche e rivoluzionarie delle masse popolari” (“Treccani”). Una sorta di anestetico sociale in grado di disinnescare, da un lato, possibili rivendicazioni da parte della popolazione e, dall'altro, l'avvio di qualunque processo di inclusione sociale che inevitabilmente metterebbe in discussione gli assetti di potere consolidati.

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La domanda è allora: il liberalismo e la democrazia possono convivere con il paternalismo? Possono esistere forme democratiche e liberali paternalistiche? Con quali effetti sulle politiche sociali?

Paradossalmente, afferma Tocqueville, mai come nell'epoca presente in cui prospera la tensione democratica, si è assistito all'emergere di un “sovrano” così assoluto, il quale può avanzare la pretesa di amministrare da solo e per il bene del “popolo”; una pretesa giudicata persino lodevole dai suoi sudditi, poiché ormai si auto percepiscono cittadini – dunque sovrani di se stessi.
L'implementazione del paternalismo, dunque, sarebbe alla base di una nuova forma di “dispotismo”, “il peggior dispotismo che si possa immaginare” secondo Kant, che si presenta con il volto “mite” e rassicurante della democrazia, senza per questo conoscere alcun limite se non quello imposto dalle esigenze funzionali del potere: la propria sopravvivenza mediante l'occupazione di tutti i possibili spazi.

La concentrazione del potere, mediante la riduzione monistica del pluralismo delle forme sociali, è alla base dell'idea neo-monarchica, in forza della quale corriamo il rischio di perdere il sano timore che il potere possa tradursi in dispotismo e i potenti in tiranni, avendoli ormai riconosciuti e accettati come nostri “tutori” naturali.

Per questa ragione, il “paternalismo” al quale facciamo riferimento è una forma di oppressione popolare tutta immersa nella modernità e si nutre delle “democrazie malate”, di quelle “democrazie avvelenate” dalle tossine del populismo e della demagogia.

È questo il grande rischio che corriamo, accettare il compromesso tra l'effettività del centralismo amministrativo e la finzione della sovranità popolare, pensando di avere in tal modo garantita la libertà individuale. La realtà, citando sempre il nostro Tocqueville, è che l'identità del “padrone” dovrebbe preoccuparci molto meno del fatto che comunque obbediamo a qualcuno. Una tale predisposizione disinnesca la nostra capacità critica, inibisce il dovere di porre domande scomode al potere, nasconde la realtà che la democrazia è un discorso critico su questioni d'interesse comune, la ricerca del consenso sul legittimo dissenso, favorisce lo spirito d'obbedienza e tende a isolare i pochi che conservano il sano sospetto nei confronti del potere. In assenza di un tale quotidiano esercizio democratico, l'umano stesso si corrompe e diventa altro da sé, è l'alienazione più profonda e anche la più subdola perché partorita dal ventre democratico e fecondata dalla finzione della sovranità popolare.
Università del Molise
Università degli Studi Guglielmo Marconi

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