Il libro

Dal tragico destino di Varsavia un monito su responsabilità e reazione alla violenza

di Paolo Colombo

4' di lettura

Il 27 gennaio – da ormai oltre vent’anni – l’Italia commemora la Giornata della Memoria, istituita per «ricordare la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati». Una scelta adottata nel novembre del 2005 anche dal resto della comunità internazionale, con l’approvazione da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite della risoluzione numero 60/7.

C’è un Paese, tuttavia, che non celebra la Giornata della Memoria insieme al resto del mondo. E non si tratta di un Paese qualsiasi. In Israele il giorno del ricordo dell’Olocausto (Yom HaShoah) non cade il 27 gennaio ma il 27° giorno di Nissàn, settimo mese del calendario ebraico (marzo-aprile del calendario gregoriano). La prima data proposta per la ricorrenza – successivamente accantonata per evitare sovrapposizioni con il giorno d’inizio della Pesah, la Pasqua ebraica – era tuttavia stata un’altra: il 15 Nissàn, ovvero proprio il giorno dello scoppio della Rivolta del ghetto di Varsavia (19 aprile 1943). Un indizio incontrovertibile dell’importanza capitale che quell’evento riveste ancora oggi nella memoria collettiva di un popolo e nella storia dell’ebraismo del XX secolo.

Loading...

Raccontare la storia del ghetto ebraico a Varsavia è tuttavia difficile non soltanto per una questione meramente emotiva. Come lo storico e saggista britannico Norman Davies spiega con grande efficacia nella prefazione al suo La rivolta. Varsavia 1944: la tragedia di una città fra Hitler e Stalin (Rizzoli, 2004), le criticità nell’affrontare questo tema sono legate al delicato contesto geopolitico nel quale la Polonia finì per trovarsi invischiata in considerazione della propria posizione geografica. Presa nel mezzo delle opposte mire espansionistiche di tedeschi e russi, la Polonia sarà prima oggetto di spartizione a tavolino fra Hitler e Stalin con il patto Molotov-Ribbentrop (23 agosto 1939) e poi lasciata sostanzialmente in balìa di sé stessa fino all’estate del 1944 quando l’Armata Rossa gradualmente libererà il territorio polacco, rendendo il peso negoziale di Stalin nelle trattative sui nuovi assetti post-bellici molto difficile da controbilanciare, tenuto peraltro conto del contenuto interesse mostrato da Roosevelt per la vicenda polacca. Un approccio – quello del presidente americano – che finiva inevitabilmente per neutralizzare ogni sforzo di mediazione portato avanti da Churchill, molto più determinato sulla questione per via della presenza a Londra del governo polacco in esilio e per il gran numero di volontari polacchi impegnati al fianco dell’esercito di sua Maestà.

Terminato il conflitto, la cartina geografica della Polonia venne infatti ridisegnata sulla base degli accordi intercorsi fra gli alleati a guerra ancora in corso – a Teheran prima e a Yalta poi – e successivamente confermati in occasione della Conferenza di Potsdam: il confine orientale venne riportato sulla “Linea Curzon” del 1919 a tutto vantaggio dell’Urss e le perdite a Est vennero compensate a Ovest sottraendo alla Germania parte dei suoi territori. Finita sotto la sfera di influenza sovietica e separata dal resto d’Europa da quella “Cortina di ferro” – secondo la celebre definizione di Churchill – che proprio nella città polacca di Stettino aveva uno dei suoi vertici, la Polonia diventerà un satellite di Mosca in buona sostanza fino al termine della Guerra fredda. Varsavia – saldamente sotto il controllo del Cremlino – finirà addirittura per dare il nome al Patto con il quale nel maggio del 1955 il Blocco sovietico risponderà alla nascita dell’Alleanza atlantica sull’altra sponda della Cortina (aprile 1949).

Non è perciò difficile intuire come tali dinamiche di natura anzitutto ideologica abbiano impedito nel corso degli anni l’analisi obiettiva di una questione che di locale ha in realtà sempre avuto ben poco. Per oltre mezzo secolo, scrive ancora Norman Davies, la storia della insurrezione di Varsavia «è stata oggetto di severa censura da parte delle autorità del Dopoguerra che non volevano vedere pubblicizzati determinati fatti e rappresentò un argomento di grande imbarazzo per le potenze occidentali». E non si può nascondere che anche in tale processo di rimozione sta la forza – l’«urgenza pressante» – insita nella storia qui ricostruita. Non ci si prefigge naturalmente, nel pubblicarla, un’esaustività che ben più estesi e documentati lavori saprebbero meglio garantire: come si dice in avvio di racconto, si intende piuttosto restituirne alcune coordinate essenziali proponendo dei punti di osservazione – non indenni da posizioni personali, peraltro sempre onestamente dichiarate, di chi scrive – per meglio guardare a una vicenda che ha letteralmente dell’incredibile. Ma la realtà supera non di rado – spesso, purtroppo, anche tragicamente – la fantasia: questo insegna la Storia.

Proprio perciò piace pensare che anche altri insegnamenti se ne possano trarre. Si può sperare che una vicenda come quella della distruzione di Varsavia possa suonare a chiamata di responsabilità per tutti noi che viviamo il nostro tempo, ricordandoci che non siamo vittime passive di ingranaggi che si muovono indipendentemente dal nostro volere e dalle nostre azioni e che esiste sempre più di una alternativa al richiamo cieco della violenza e della distruzione.

L’ultimo sopravvissuto della insurrezione del ghetto di Varsavia è scomparso lo scorso 13 agosto. Aveva 97 anni e si chiamava Leon Kopelman. Sua madre era finita nel campo di sterminio di Treblinka, da dove non sarebbe mai più tornata. Sfuggito ai nazisti, Leon riuscì, dopo la guerra, a ricostruirsi una vita in Israele, passando anche dall’Italia: un’altra storia personale che intreccia i destini delle due terre, polacca e italiana.

Ciò che aveva vissuto gli ispirò parole semplici e profonde: «Non nutro odio verso la Germania per quello che ha fatto a me e ai miei connazionali; piuttosto, provo pietà e compassione per ciò che quel pazzo lunatico ha fatto ai tedeschi. Hanno pagato a caro prezzo gli anni del fascismo, e poi hanno ricostruito con fatica il loro Paese distrutto. Vorrei solo che questi terribili anni di disprezzo per le persone e le loro vite non fossero mai cancellati dalla memoria umana».

Dei suoi tre figli, che gli avevano dato nove nipoti e tre pronipoti, disse che erano la sua «più grande vittoria sul nazismo». Difficile trovare qualcosa che si possa aggiungere.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti