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Dall’agricoltura le tecniche per rintracciare gli isotopi stabili nel nuovo carburante

La certificazione

di Valentina Saini

2' di lettura

Da decenni il Trentino è uno dei territori italiani più attenti all’R&D e alle startup. Ma a San Michele all’Adige c’è un centro di ricerca che risale addirittura a quando questo territorio faceva ancora parte dell’Impero austro-ungarico: la Fondazione Edmund Mach (FEM), chiamata così proprio in onore dell’agronomo austriaco (nato a Bergamo nel 1846).

Oltre a fare ricerca di peso europeo in settori chiave per l’agricoltura nostrana come la difesa delle piante e le biotecnologie vegetali, il suo Centro Ricerca e Innovazione (Cri) è attivo anche nel settore dell’idrogeno, dando il suo contributo al distretto dell’idrogeno che sta prendendo corpo fra Trento e Bolzano. Lo spiega Mario Pezzotti, dirigente del Cri e professore di genetica agraria all’Università degli Studi di Verona. «La transizione energetica ha individuato nell’idrogeno sostenibile il vettore energetico indispensabile per decarbonizzare l’economia. La produzione di idrogeno da combustibili fossili è quella attualmente più diffusa e produce il cosiddetto idrogeno grigio e nero. A oggi però non è possibile distinguere oggettivamente quest’ultimo dall’idrogeno prodotto da fonti rinnovabili, l’idrogeno verde».

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Il successo del piano europeo per l’idrogeno dipende dall’implementazione di una strategia comune di lungo termine che possa rispondere a un interrogativo cruciale: da dove può Bruxelles procurarsi forniture competitive e sicure di idrogeno verde? «La Fem sta lavorando in tal senso, trasferendo l’analisi del rapporto degli isotopi stabili dell’idrogeno dalla filiera agroalimentare (dove viene utilizzata con successo da circa trent'anni per la rintracciabilità e la verifica dell’autenticità dei prodotti) al settore energetico» afferma Pezzotti.

In altre parole, gli scienziati del centro trentino stanno sviluppando una modalità di analisi in grado di stabilire la provenienza dell’idrogeno (fossile o rinnovabile), per scongiurare truffe o violazioni delle norme. Dice Pezzotti: «Si vuol rendere possibile evidenziare la rinnovabilità dell’idrogeno in un campione di gas e la sua rintracciabilità in un’ottica di certificazione di origine».

Certificare, dunque, per dare garanzie ad aziende e cittadini. Non è tutto però. La Fem è anche attiva nella ricerca di tecnologie e metodologie di produzione di idrogeno verde da «biomasse organiche di scarto da attività agricole e zootecniche, dalla frazione solida organica dei rifiuti e da quella ligno-cellulosica della filiera agroforestale».

In un’Italia sempre più boscosa (e nel caso del Trentino boschi e foreste coprono il 63% della sua superficie) le biomasse hanno un potenziale enorme: secondo le stime potrebbero arrivare a coprire sino a un terzo dei consumi energetici nazionali. E a differenza di altre fonti verdi in grande sviluppo come l’eolico o il fotovoltaico, osserva Pezzotti, le biomasse «sono una fonte energetica programmabile e sempre disponibile; nei limiti, ovvio, della rigenerazione e dell’equilibrio vegetativo dei boschi, con prelievi sostenibili e certificabili».

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