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Nobel economia a Banerjee, Duflo e Kremer: il rigore della scienza nella lotta alla povertà

C’è continuità nell'assegnazione del premio Nobel a Banerjee, Duflo e Kremer, un anno dopo Nordhaus e Romer. Tutti intellettuali che migliorano la qualità e l'efficacia delle politiche pubbliche:  quest'anno la lotta alla povertà, lo scorso il contrasto al cambiamento climatico e il sostegno al cambiamento tecnologico

di Andrea Goldstein


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3' di lettura

C'è continuità nell'assegnazione del premio “Nobel” (perché in realtà si tratta del premio della banca centrale di Svezia in memoria di Alfred Nobel) ad Abhijit Banerjee, Esther Duflo e Michael Kremer, un anno dopo aver ricompensato William Nordhaus e Paul Romer.

Consiste nel riconoscere intellettuali (perché di ciò si tratta, per quanto il termine sia spesso vituperato, persino dagli economisti stessi) che attraverso le proprie ricerche e formule matematiche migliorano la qualità e l'efficacia delle politiche pubbliche – quest'anno la lotta alla povertà, lo scorso il contrasto al cambiamento climatico e il sostegno al cambiamento tecnologico.

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I tre docenti insigniti hanno diversi punti in comune. Insegnano a pochi chilometri di distanza, tra Cambridge (Kremer a Harvard) e Boston (cioè Mit), a dimostrazione del valore delle agglomerazioni come elemento catalizzatore delle conoscenze e dei talenti. Sono abbastanza giovani, per un Nobel e non solo: Banerjee ha 58 anni, Kramer 55 e la Duflo neanche 47. Sono anche molto globali, perfino sul piano personale, come dimostra il fatto che l'indiano Banerjee e la francese Duflo abbiano un giovane figlio americano. Per ciò che attiene al contributo al progresso della ricerca economica, infine sono pionieri dell'applicazione del metodo sperimentale all'economia dello sviluppo, pur con differenze.

Banerjee e Duflo (allieva del primo) si sono concentrati sulla povertà, per capire prima di metterle in atto quali politiche ottengano i migliori risultati. La loro tesi è che il fallimento di decenni e miliardi si spieghi dal prevalere di ignoranza, ideologie e inerzie rispetto all'analisi rigorosa e precisa. Il metodo sperimentale consiste nel separare la popolazione (cioè un campione della popolazione totale) in due gruppi, facendo beneficiare del programma che si vuole testare solo uno. Gli individui sono assegnati in maniera aleatoria (random) a un gruppo, così da eliminare ogni pregiudizio nella selezione. Se così non fosse, risultati diversi potrebbero essere dovuti a fattori diversi dall'essere o meno esposti al programna.

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Nel loro libro forse più famoso (Poor Economics, che significa sia povera economia, sia economia dei poveri), Banerjee e Duflo mettono alla prova l'ipotesi di Jeffrey Sachs che esistano delle vere e proprie trappole della povertà, che condanna anche chi avrebbe il potenziale per approdare alla prosperità. Dimostrano che esiste nel campo della salute, ma non per l'alimentazione (o piuttosto la denutrizione) : se un povero (che mangia, anche se non a sufficienza) vede il proprio reddito aumentare, preferisce alimentarsi meglio, oppure acquistare altri beni, piuttosto che mangiare di più.

Un esperimento condotto sulle campagne di prevenzione della malaria, invece, permette di affermare che la trappola opera : anche di fronte alla possibilità di proteggersi con zanzariere fornite gratuitamente, tra i poveri la domanda resta insufficiente. L’ostacolo, insomma, sembra di ordine culturale più che economico, e la soluzione passa forse da un paternalismo, certo illuminato, ma pur sempre coercitivo (in questo caso, imporre ai poveri di utilizzare la zanzariera e sanzionare il mancato rispetto dell'obbligo).

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I due attaccano anche un mostro sacro delle politiche di sviluppo, il micro-credito. Che può sì funzionare, ma non avrà mai l'effetto trasformativo sulla vita dei poveri di cui parla instancabilmente Muhammad Yunus, perché la radice del problema sta nella mancanza di competenze gestionali, e non solo di capitali. Ugualmente controversa è la testi che le istituzioni (o quantomeni quelle con la I maiuscola) non contano poi tanto. Meglio agire attraverso le istituzioni locali, dicono Banerjee e Duflo, perché per farlo non c'è necessità di grandi rivolgimenti e perché quando sono buone, le istituzioni locali possono dispiegare i propri effetti anche laddove il quadro politico `1e cattivo (il che è il più delle volte il caso nei paesi in via di sviluppo).

Se Kremer ha utilizzato l'approccio sperimentale, la sua analisi più nota è invece teorica. Gli o-ring sono una guarnizione piuttosto comune, capaci di resistere a decine di megapascal di pressione e tuttavia abbastanza a buon mercato. Il cedimento di un componente quasi banale provocò la catastrofe dello shuttle Challenger ed è all’origine della teoria dell'O-ring dello sviluppo. I paesi ricchi producono beni più sofisticati, le loro imprese sono più grandi e i lavoratori sono più produttivi perché è possibile l'accoppiamento selettivo, grazie al quale persone dai livelli simili di competenze lavorano insieme. L'implicazione di policy è di favorire l'emergere di complementarietà strategiche.

Tornando alle somiglianze, tutti e tre gli economisti sono anche, in qualche modo, degli imprenditori della conoscenza. Banerjee e Duflo hanno creato l’Abdul Latif Jameel Poverty Action Lab (J-Pal) – di cui fa parte anche Eliana La Ferrara della Bocconi – mentre Kremer collabora con Innovation for Poverty Action.

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