verso il nuovo esecutivo ue

Dall’Ambiente di Ripa di Meana all’Industria di Tajani, tutti i portafogli affidati all’Italia

di Gerardo Pelosi


Paolo Gentiloni indicato come commissario italiano Ue

4' di lettura

Altiero Spinelli, padre nobile dell’Europa, autore di quel manifesto di Ventotene che, a guerra non ancora finita, già disegnava la necessità di un futuro sovranazionale federalista, tra il ’70 e il '76 aveva ricoperto l’incarico di commissario a Bruxelles con portafoglio su industria, ricerca e ambiente. Le sue battaglie erano decisive ma spesso solitarie, poco sostenute dall’opinione pubblica italiana. Erano anni, quelli, in cui la politica italiana, pur rispettando l’importanza degli incarichi europei era molto concentrata sulle vicende nazionali.
Tanto concentrata che un presidente della Commissione europea italiano come Franco Maria Malfatti dopo neppure due anni alla guida dell’esecutivo comunitario, nel ’72 non ci pensò due volte ad abbandonare la poltrona europea e tornare in Italia per candidarsi alle elezioni politiche nelle liste Dc per continuare una carriera politica interna già ben avviata.

Tutto cambia con Maastricht e controllo Strasburgo
Per Malfatti, come per altri successivamente, l’Europa era stato solo un intermezzo, un parcheggio dorato molto autorevole in attesa di migliori occasioni da cogliere in Patria. Oppure un prestigioso finale di carriera come per Lorenzo Natali più volte ministro in Italia negli anni ’50 che dal ‘76 all’88 ricoprì il ruolo di commissario e vicepresidente negoziando l'allargamento della Comunità a Spagna, Portogallo e Grecia. E anche Filippo Maria Pandolfi che nell’89 approdò a Bruxelles come commissario e membro del gruppo di lavoro di Jacques Delors aveva alle spalle una lunga carriera politica in Italia alla guida di vari dicasteri e nel ‘79 perfino incaricato di formare un nuovo Governo (impresa che poi riuscì a Francesco Cossiga). Ci sono stati anche commissari che hanno lasciato un segno profondo sulle politiche ambientali come Carlo Ripa di Meana per due volte commissario europeo fino al ’93 quando poi la poltrona italiana fu assegnata a un diplomatico di lungo corso come Raniero Vanni d’Archirafi che, negli ultimi due anni di Jacques Delors, seguì il completamento del mercato interno con l’abolizione delle dogane, i servizi finanziari e i problemi istituzionali.
È dal ’94 con la Commissione Santer che tutto cambia. Il Trattato di Maastricht del ’93 e il Patto di Stabilità legano infatti indissolubilmente da quel punto in poi le sorti delle politiche economiche nazionali con le decisioni e le regole europee. Da allora l’esecutivo europeo dura cinque anni e viene sottoposto a un esame preventivo del Parlamento europeo con audizioni dei singoli commissari che si trasformano in veri e propri esami come ben sa Rocco Buttiglione che nel 2004 fu bocciato per le sue dichiarazioni omofobe da parte della commissione Giustizia, libertà pubbliche e sicurezza del Parlamento europeo.

La visita notturna di Pannella a Berlusconi per Bonino
Ma nella percezione della politica interna italiana quella di Bruxelles era ancora una poltrona molto tecnica, svincolata alle logiche spartitorie e dal manuale Cencelli. Semmai un incarico da affidare per compensazione all’opposizione come oggi avviene per il Copasir. Logica che aveva ispirato Silvio Berlusconi quando nel ’94 designò Mario Monti per il ruolo di commissario. Insieme a Monti Berlusconi aveva pensato anche a Giorgio Napolitano ma un’incursione notturna di Marco Pannella a Palazzo Grazioli per sostenere la candidatura di Emma Bonino in forza di precedenti patti costrinse Berlusconi a fare una rapida marcia indietro, scusarsi con Napolitano e dare il via libera alla Bonino alla quale andò il portafoglio della pesca e dell’aiuto allo sviluppo. Allargamento ad Est e rafforzamento di Schengen con Franco Frattini commissario a Giustizia e Affari interni oltre che vicepresidente mentre Antonio Tajani all’Industria manteneva aperto il dialogo con il sistema delle imprese italiane ed europee.
Nel 2015 il “ricatto” di Renzi a Juncker per la Mogherini
Qualche volta la politica italiana ha anche condizionato le decisioni di Bruxelles sulle nomine. Nel 2015 Renzi, forte del 40% di consensi alle europee e del più numeroso gruppo di europarlamentari nel gruppo socialista di Strasburgo, impone il nome di Federica Mogherini come Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza e prima vicepresidente della Commissione. Jean-Claude Juncker cerca di resistere, ricorda che i portafogli li decide il presidente. Renzi gli spiega che i suoi eurodeputati potrebbero pure non votarlo e Juncker accetta la Mogherini ma la “depotenzia”. Il primo vicepresidente è Timmermans e non lei, ci sono problemi per occupare gli uffici al Berlaymont e la trattativa sul nucleare iraniano per mesi continua ad essere condotta dalla precedente Madame Pesc, Lady Ashton.

Oira il Governo riscrive manuale Cencelli con nomina Ue
Ora il Governo giallo-rosso riscrive di fatto il manuale Cencelli tendendo quasi contemporanea la presentazione della lista dei ministri e la designazione del commissario a Bruxelles. Anzi, una personalità di peso come quella di Paolo Gentiloni viene messa in campo proprio per la poltrona europea con il compito di recuperare un rapporto che nell’ultimo anno si è progressivamente logorato. Martedì la nuova presidente della Commissione Ursula von der Leyen renderà pubblici gli incarichi dei commissari. La presidente si è tenuta aperti dei margini per la scelta finale anche se un portafoglio degli Affari economici a un Paese come l’Italia che negli ultimi mesi ha sfiorato ed evitato in extremis due procedure di infrazione per deficit eccessivo potrebbe essere vista con perplessità dai Paesi più rigoristi come Germania e Finlandia. C’è però da dire che il commissario uscente per gli Affari economici e finanziari Pierre Moscovici non ha mai preso decisioni a favore della Francia, anzi. Affidare a Gentiloni quel portafoglio costringerebbe l’Italia a piegarsi più facilmente alle regole europee rientrare gradualmente nei binari della disciplina fiscale. Diverso è il discorso sulla vicepresidenza. La von der Leyen vuole ridurne il numero ed attualmente ha indicato solo tre vicepresidenti (Timmermans, Borrell, Vestager). Affidare una vicepresidenza all’Italia porterebbe i Paesi di Visegrad, soprattutto la Polonia, a rivendicare analogo riconoscimento. Ma su portafoglio e vicepresidenza l’ultima parola la dirà martedì la presidente.

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