ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùLa recensione

Dall’amministrazione di sostegno al danno esistenziale, una vita dalla parte dei fragili

In libreria “Il mondo di Paolo Cendon” (AA. VV., Santelli Editore). Il grande giurista della responsibilità civile si racconta e viene raccontato

di Emilia Patta

4' di lettura

«È fragile la madre minorenne che deve affrontare per il figlio la procedura della successione del compagno… È fragile chi ha subito un Tso (trattamento sanitario obbligatorio) tanti anni fa, quando era ragazzo, e ora vive nel terrore che gli capiti ancora, chiedendo al notaio un “documento ufficiale” che lo preservi dall'essere nuovamente sottoposto a terapia elettroconvulsivante… È fragile la persona anziana non del tutto presente a se stessa, trascinata davanti al notaio dalla sorella per vendere la casa in cui abita… È fragile il ragazzo asperger plurilaureato e geniale che vorrebbe donare un immobile ma che non sa dare valore al denaro e spende tutto quello che ha in ciabatte di gomma… È fragile la persona molto famosa, avanti con l’età, che il figlio più volte tenta (e alla fine ottiene) di incapacitare al solo evidente fine di preservare il patrimonio in vista della successione ereditaria.

Ognuno di noi può essere fragile in un certo momento della vita, per problemi legati a una patologia, a una dipendenza, a un lutto, a un amore finito male, alla perdita del lavoro o della sicurezza economica, alla sottoposizione a violenze psicologiche, all'emarginazione sociale, all'età. Il viaggio della vita è pieno di cicatrici».

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La cura della fragilità: l’innovazione del danno esistenziale

Cura e fragilità. Cura della fragilità. Attenzione. Ascolto dei bisogni con un'idea di «diritto dal basso» che sia capace di scendere nel vissuto della vittima, nell'esperienza quotidiana, nella rete di relazioni e occupazioni al fine di cogliere in concreto le ripercussioni di un danno subito. È questo il file rouge della vita e dell'opera di Paolo Cendon, uno dei pochi grandi specialisti italiani di responsabilità civile. Il libro “Il mondo di Paolo Cendon” edito da Santelli (AA.VV., Santelli Editore, 2022, pp. 332, € 15,99), scritto a più voci, dipana via via sotto gli occhi del lettore questo file rouge e fa emergere il profilo giuridico, umano e anche letterario del giurista (almeno due i romanzi da segnalare, che prendono spunto da casi veri: “L'orco in canonica” e “Storia di Ina”).

Ed ecco il Cendon della rivoluzione del danno non patrimoniale, prima con il riconoscimento del danno psichico come compromissione dell'integrità mentale (la relazione esistente tra la lesione della salute mentale e la responsabilità civile è oggetto dell'innovativa opera “Il prezzo della follia” già nel 1984), poi con il danno esistenziale. Una inedita categoria di pregiudizio per un nuovo modello risarcitorio: «Un pregiudizio di natura non meramente interiore, ma oggettivamente accertabile, provocato sul fare areddituale del soggetto, che alteri le sue abitudini di vita e gli assetti relazionali che gli sono propri con una modificazione negativa della sua esistenza». Si parla di casi come la lesione della vita o della salute di un congiunto, una nascita indesiderata, la morte dell'animale d'affezione, la lesione dei vari diritti della personalità.

La cura della fragilità: la rivoluzione copernicana dell’amministrazione di sostegno

Ma soprattutto ecco il Cendon “rivoluzionario copernicano del diritto” che ha saputo scardinare il vecchio impianto giuridico, facendo “danzare gli ingranaggi”, per porvi al centro la persona umana con i suoi bisogni e la sua quotidianità. La rivoluzione copernicana si chiama amministrazione di sostegno, nuovo istituto dei fragili di cui Cendon è “padre e madre” nato dopo la legge Basaglia che nel 1978 ha determinato la chiusura dei manicomi. Una battaglia lunghissima: più di quindici anni trascorrono dalla redazione del primo progetto di riforma del sistema di protezione degli “incapaci” all'approvazione della legge 9 gennaio 2004 n.6 che istituisce appunto l'amministrazione di sostegno.

Lo scopo è quello di tutelare, con la minore limitazione possibile della capacità di agire, le persone prive in tutto o in parte di autonomia, nell'espletamento delle funzioni di vita quotidiana con principi di proporzionalità e flessibilità. Senza intaccare la giuridica capacità di agire come avviene nei casi di interdizione e inabilitazione. Al centro c'è sempre la persona da proteggere e il suo diritto all'autodeterminazione e alla felicità.

La cura della fragilità: il diritto alla “rifioritura”

La fragilità, appunto, sempre al centro. Perché fragili possiamo esserlo tutti, magari temporaneamente e in un periodo circoscritto della vita. Non è un caso che l'istituto dell'amministrazione di sostegno abbia interessato negli anni non solo i pazienti psichiatrici ma anche disabili, anziani con gradi diversi di demenza, ludopatici, tossicodipendenti, alcoldipendenti: tutti casi che fino alla rivoluzione cendoniana erano stretti nella via tra interdizione e inabilitazione. Vie senza ritorno. Mentre l'amministrazione di sostegno permette e accompagna centinaia di “rifioriture”, per usare il linguaggio cendoniano, con il recupero, l'inclusione, la restituzione dei diritti sociali e civili (“Rifiorire, storie e pensieri sul diritto alla felicità” è il titolo di un suo saggio sul tema dello scorso anno).

Non a caso l'ultima battaglia di Cendon è la sua proposta sul “Patto di rifioritura”, che si è tradotta nel Progetto di legge 1440/2019 (primo firmatario senatore Marilotti) all'esame del Parlamento: abolire l'interdizione e rafforzare l'amministrazione di sostegno conferendole lo strumento del Patto di rifiuritura.Un d+iritto con le ali, quello di Cendon, capace di volare sopra pregiudizi e consuetudini giuridiche e sociali consolidate. Il libro “Il mondo di Paolo Cendon” apre una finestra su questi voli per tutti. E forse può anche aiutare il giovane studente di legge a colorare una materia che spesso appare arida. «Il diritto era noioso nel complesso, spesso arido, parecchio erudito, non molto cinematografico, e i professori dalla cattedra non facevano granché per renderlo avvincente; decisi comunque che avrei studiato per la mia parte…», ricorda lo stesso Cendon raccontando gli anni dell'università. La sua vita e le sue opere dimostrano più di ogni altra cosa che il diritto può essere colorato, anche artistico, e soprattutto vicino alla vita e al cuore delle persone.

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